mercoledì 23 giugno 2010

Brotherhood

“Non ho niente contro nazisti ed omosessuali purchè i due fenomeni non si presentino contemporaneamente”
Parafrasando questa celebre battuta di Corrado Guzzanti, si può riassumere Brotherhood, di Nicolo Donato. Ogni critico ha la sua nemesi: c’è quello che non capisce la fantascienza, quello che paragona qualunque cosa a Quarto Potere, anche i i film dei Vanzina e Toy Story, quello che non ama il 3D, quella che parla di tutto fuorché del film (sì, Morgoglione, ce l’ho con te). Io non capisco i film come Brotherhood. Perché mai nella vita si dovrebbe voler realizzare un film su due neonazisti danesi omosessuali? Cioè, ma chi se ne frega? Quando vedo film del genere, mi immagino sempre di chiedere all’autore il perché. Quale miglior occasione, dunque, di quella di ieri sera all’Auditorium, dove la proiezione di
Brotherhood era impreziosita da un incontro con Donato. Al termine della proiezione, mi sono detto: << la prima domanda sarà sicuramente: “Perché hai fatto questo film?”, se risponde “In fondo, è solo una storia d’amore” me ne vado. >> Ho tre testimoni a confermare che le cose sono andate secondo tale previsione.
In realtà sono rimasto altri cinque minuti ma quando Donato ha pure detto che nessuno è davvero cattivo e che tutti hanno bisogno d’amore, non ce l’ho fatta più: che cos’è? Anche i nazisti piangono? Che dovrei fare? Commuovermi per questo amore contrastato tra due idioti picchiatori? Far generare al mio cervello una riflessione sull’emarginazione dei poveri sbandati danesi ed astrarre concetti universali sul bisogno di appartenenza e sulla miserrima condizione umana dilaniata tra essere e apparire? E poi perchè questi film mitteleuropei sembrano tutti girati con la macchina da presa dentro una scatola di corn flakes ed illuminati con la torcia elettrica in omaggio con i suddetti cereali?
Il passo successivo è stato immaginare la genesi del film: Nicolo Donato, dopo una sbronza danese, chiama il suo agente e gli fa:
“Klaas, ho un’idea fantastica, voglio rifare Giulietta e Romeo!”
Nicolo, figlio mio, ma un’idea originale no?
“No ma questa è una versione attualizzata!”
L’ha fatta Luhrman con Di Caprio, arrivi tardi
“Sì ma questa è ambientata in Danimarca, come l’originale”
Quello è Amleto
“Ah vabbè, sempre Dante è, però è una versione gay”
A parte che è Shakespeare, ma, ecco, già si può fare, magari ci rimettiamo Di Caprio
“E i due sono neonazisti”
Nicolo, stai prendendo le pillole che ti ha prescritto il dottore?
“No ma ascolta, invece che Montecchi e Capuleti, mettiamo neonazisti e persone normali, e poi ho visto questo film fortissimo, “Harry ti Presento Sally”, dove loro due all’inizio si odiano, poi si piacciono, poi fanno sesso e c’è un grande imbarazzo, poi si separano ma alla fine restano insieme. Secondo me non l’ha visto nessuno, possiamo copiarlo”
“…geniale, sì, deve essere un film minore, poi voglio dire, ci mettiamo un paio di pestaggi neonazisti e abbiamo un film che razzola premi in giro per il mondo, così attuale e sensibile alle tematiche sociali attualmente in voga. Chiamami domani, va, che lo facciamo!
Ecco. Poi non dite che non vi avevo avvertito.

martedì 8 giugno 2010

The Road

“Guarda quanto sembriamo magri”
Qualcosa di terribile è capitato alla Terra. Ma non si scoprirà cosa. Gli alberi cadono, gli animali sono tutti morti, ci sono continui terremoti, non c’è sole, non c’è elettricità, le case sono distrutte e le città abbandonate, ascolti record per Porta a Porta. Qualcosa di ancor più terribile è capitato alle persone. I pochi ancora normali hanno poche opzioni: scegliere di morire spontaneamente o scappare (verso un Sud più utopico che reale), conservando se possibile una pallottola per evitare una morte dolorosa. Ecco lo scenario di The Road, film che non a caso ha faticato tantissimo in Italia a trovare distribuzione, in cui un grande Viggo Mortensen è il papà senza nome che tenta di portare il figlio lontano dall’inverno e allo stesso tempo di preservarne, a tutti i costi, l’umanità. Lo scenario in cui padre e figlio si muovono è quello già visto tante altre volte, ma, appunto, stavolta è solo lo scenario: la catastrofe è già successa diversi anni prima dell’inizio del film e viene soltanto vagamente intravista in un flashback, non importa la causa, solo l’effetto: che la vita umana è tornata al livello primitivo, alla lotta per la sopravvivenza. Alcune scene sono estremamente pesanti, sia per immagini che per contenuto e per tre quarti siamo davanti ad un grandissimo film: il finale lascia inizialmente un po’ l’amaro in bocca, ma bisogna pensarci su. Senza spoilerare troppo, con grande merito dei realizzatori si arriva all’atto conclusivo pensando, anzi, quasi convinti, che possa accadere – e che sarebbe logico - qualcosa di mai visto in un film e invece – forse per fortuna – questo non accade. Sarebbe stato il finale perfetto oppure avrebbe reso il film eccessivamente deprimente? Chissà, ma è un grande risultato, vuol dire che il film ci ha trasmesso uno stato d’animo, ci ha fatto considerare plausibile un’idea oscenamente drammatica. Se il finale delude è perché offre troppa, immotivata speranza ad un personaggio apparentemente condannato, ma The Road non è SAW, non deve finire col cattivo che vince, è una storia che parla di uomini in lotta: è talmente terribile quello che si vede prima, che il finale appare lieto. Non lo è per niente. Va detto che il libro finisce allo stesso modo, quindi non è stato alterato – nella sostanza – il significato. The Road è una storia su quello che rende gli uomini umani, allora va bene così: il legame affettivo è ciò che tiene insieme la coscienza e impedisce ad alcuni uomini sia di arrendersi sia trasformarsi in bestie cannibali, di lottare non solo per la sopravvivenza fisica ma anche per quella spirituale. L’altro lato della medaglia è che conservare la propria umanità significa anche essere sconvolti dai ricordi di una vita passata e felice, che bisogna abbandonare per sopravvivere, costringendosi a camminare su un confine quasi invisibile. Il destino del padre è necessariamente diverso da quello del figlio, che non sa cosa sia una Coca Cola e non ha mai visto volare gli uccelli. Nella mancanza di questi ricordi, paradossalmente, c’è l’impossibilità di arrendersi alla disperazione e il germe di un’altra umanità. Viggo Mortensen conferma la sua duplice fisicità: diafano e fragile senza barba, incredibilmente affascinante e carismatico quando non si rade. La sua interpretazione è tutto il film: dalla commozione alla rabbia alla cattiveria, tutti gli stati d’animo passano nei suoi occhi mentre il suo personaggio lotta per non morire prima di aver insegnato tutto al figlio adolescente, persino come ci si spara. Il resto lo fa un mondo grigio e inospitale, sbiancato e morente, a metà tra la discarica di Wall-E e il post-atomico di Ken il Guerriero: le location sono fantastiche e realistiche (la CG è stata usata per togliere il verde), perfetto contrappunto iconografico di quello che accade nella storia, personaggio aggiunto in agguato contro Viggo e figlio. The Road non è un film per tutti, ma contiene tutti gli elementi che il cinema non dovrebbe mai tralasciare, indipendentemente dal genere e dal tono del film, e pertanto lo consiglio vivamente.

giovedì 3 giugno 2010

Prince of Persia

“Papà, mi compri un serpente?” *
Manuale di Istruzioni : start: tira fuori 7 euro per il biglietto triangolo: salta facendo un inutile ma spettacolare avvitamento laterale quadrato: insulta la principessa cerchio: aggrotta le sopracciglia senza particolari effetti sulla faccia da triglia che ti ritrovi croce: guarda la scollatura della principessa L1+L2: riavvolgi il tempo sempre fino al momento opportuno per la trama (trucco: tieni premuto L1 e premi su, giù, giù, destra, cerchio , sinistra, sinistra per uscire dalla sala ) Diciamocelo: la trama è quel che è (principe incontra principessa e salva il mondo con un pugnale magico che riavvolge il tempo). Gli attori son quel che sono. Però pensavo peggio. Ormai i videogiochi hanno trame così complesse e raffinate che sembrano film. Peccato che nel frattempo i film comincino ad avere trame così banali da sembrare un videogioco di vent’anni fa (tipo: idraulico salta sui tubi e picchia un gorilla…cavolo a pensarci ci verrebbe un film geniale con la trama di Donkey Kong.). Il paragone è d’obbligo, essendo Prince of Persia tratto da una serie famosissima e vendutissima di videogiochi: ho come l’impressione, però, che il film non sarà il primo di una lunga serie come accadde per il primo Prince of Persia videoludico. Non è che ci sia molto da scrivere: prendete Pirati dei Caraibi (fatto?) , togliete Johnny Depp, sostituite il mare con la sabbia, ecco Prince of Persia. A dire il vero, Pirati aveva un cast notevolissimo, mentre PoP può schierare solo un banale Ben Kingsley e l’ormai onnipresente e bravissimo Alfred Molina a supporto del duo Jake Gyllenhal/ Gemma Arterton, che fa rimpiangere persino Orlando Bloom e Scucchia Knightley in quanto a scarso appeal. Buono per passare una serata leggera al cinema, Prince of Persia convince nelle scene ambientate negli interni, nelle città persiane (meno in quelle in campo aperto e negli scontri fisici) e nel finale nel tempio, con ambientazioni che rubano la scena all’azione per dettaglio e ricchezza. Divertente anche la sequenza della corsa degli struzzi, con Alfred Molina che fa diventare oro ogni battuta che pronuncia. Peccato che il film sia troppo lungo e dopo un po’, all’ennesimo battibecco tra principe e principessa con lui strafottente e lei acida, petulante e in evidente stato di squilibrio ormonale si ha l’impressione di essere sotto l’effetto del pugnale e che sia stato riavvolto il tempo in sala…più cinema 3D di così…
* la battuta della serata è quella del bambino seduto accanto a me, dopo una scena in cui dei mortali serpenti attaccano il Principe. Visto che non ha chiesto al padre: Papà, mi compri una PlayStation?, c'è ancora speranza che diventi uno psicopatico vecchio stampo invece che un nerd, ma è una lezione dura per gli esperti di marketing che pensano a film come questi per aumentare il numero di consumatori, non certo quello degli allevatori di serpenti. Ma tanto alla fine il padre, per farlo stare buono e dissuaderlo dalla rettilofilia, gli comprerà una PlayStation comunque...
Per la cronaca, la seconda battuta della serata (anche questa, ovviamente, non parte della sceneggiatura del film) è stata quella del tipo molesto dietro di me che alla pubblicità della Costa Crociere, scena delle gnocche sui tapis roulant, ha detto, di cuore: "Ma chi te se incula, sto in vacanza, me metto a corre?". Prince of Roma EST.

mercoledì 26 maggio 2010

La Nostra Vita

"I tacchi sono come i parenti: sono scomodi ma aiutano"
Perplesso. E’ la mia risposta definitiva. Al positivo giudizio a caldo, si sono sostituiti nella mia testa parecchi dubbi: la prima parte del film è emozionante – la scena all’ospedale è bellissima – e ha condizionato la mia prima impressione. Esaurito l’effetto emotivo, più ci penso e meno mi tornano i conti. Daniele Luchetti racconta un’Italia che dovrebbe essere dietro l’angolo (ho visto per la prima volta un film nel luogo in cui è girato, visto che ero nel multisala del centro commerciale che si vede all’inizio…), lontano dagli yacht dei cuccioli di Briatore che si sturbano se scendono, lontana dalla alta borghesia che tutti i registi quarantenni oggi scelgono per raccontare le loro storie, lontana dagli sgorbi sociali dei film di Moccia, Veronesi e Brizzi. Eppure questo neo-neorealismo non mi ha convinto. Sembra essere più vero dei sopracitati prodotti per l’ambientazione, ma risulta ugualmente finto nelle intenzioni: piove, governo ladro, italiani brava gente ma un po’ egoisti e razzisti, un po’ anche no, a seconda del momento. Luoghi comuni non meno dei loft a cinque stelle in cui abita Luca Argentero in tutti i film che fa. Poi, ma è un discorso a parte e non vorrei sembrare superficiale, ma possibile che in Italia o si fa un film “socialmente utile” o una commedia all’italiana? Non riusciamo a sganciarci in nessun modo (a parte Salvatores con alterni risultati) da questo ping pong? C’è l’horror, il western, la fantascienza, il musical, il thriller, lo splatter, il free jazz, punk inglese e anche la nera africana. Boh, vabbè. La notizia reale è che Raoul Bova recita. Luchetti si diverte a metterlo nei panni dell’impacciato con le donne e nella divisa da poliziotto (ma decisamente meno eroico dei suoi standard da fiction) e lui, magicamente, per la prima volta nella sua vita, non fa l’effetto del gesso sulla lavagna ogni volta che apre bocca. Elio Germano ha vinto meritatamente a Cannes per la sua interpretazione ed effettivamente non c’è che dire: è bravo. Però meglio nei registri forti che in quelli moderati – in cui – da sempre – sembra un po’ forzato (come nella parte di Quattroformaggi in Come Dio Comanda). E’ un limite notevole secondo me, perché se non si stanca lui di fare il borgataro, prima o poi si stancherà la gente di andarlo a vedere (o comunque io di sicuro, visto che mi sono stufato anche di Al Pacino, dopo un po’). Non so se questo film davvero documenti e denunci in maniera realistica una certa realtà. Mi pare difficile, da una storia così piccola e personale, astrarre e sintetizzare un messaggio sociale utile o critico. Le istituzioni latitano? Ognuno si arrangia come può? Vasco spopola se il livello culturale è basso? C’è la crisi dei valori? L’integrazione sociale è inarrestabile ma frenata dai pregiudizi? Gli italiani peggiorano? Sì, tutto vero, ma poi? Che si fa? Che cosa dovrei capire io - a parte che Elio Germano è bravo – da questo film, che non faccio parte di questa realtà? e uno che ne fa parte invece, che di certo non lo va a vedere, cosa ne può trarre di utile? Troppe domande e nessuna risposta. Forse è un errore di prospettiva, ma mi pare che la commedia all’italiana fosse essa stessa una risposta alla miseria che rappresentava. Ridere per non piangere, o ridere anche. Una fioca luce in fondo al tunnel poi, c’era. Arrivò il boom, certo non per tutti, ma per molti sì. Oggi la luce in fondo al tunnel non c’è, e siamo qua a raccontarci quanto siamo miserabili e senza speranze. Luchetti sa fare di meglio, Il Portaborse e Mio fratello è figlio unico sono due grandi film, questi sì, che ci raccontano, dalla giusta distanza, con ironia e intelligenza, appoggiando sulle storie di persone comuni (il grande Silvio Orlando ghost writer, altro che Ewan McGregor, o lo stesso Germano politicamente confuso) la storia del nostro paese. La Nostra Vita ha un titolo troppo ambizioso e infatti manca il bersaglio che si pone, restando un discreto film in cui però il totale mi è parso inferiore nettamente alla somma delle parti.

giovedì 20 maggio 2010

Adam

"Hai ventinove anni, ORMAI"
ORMAI??? ma come ORMAI??? io ho ANCORA ventinove anni...o no?? vabbè, non divaghiamo che è meglio...uno va a vedersi un film e si ritrova pugnalato alle spalle da battute come queste...

Adam (Hugh Dancy) è un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger che si innamora della sua nuova vicina di casa Beth (Rose Byrne) (non esistono vicine di casa così, belle single e disponibili, nel mondo reale, ma vabbè, è un film). Nonostante le difficoltà dovute alla malattia, una forma di autismo che, tra le varie cose, limita pesantemente l’interazione sociale, la storia sboccia, ma viene messa subito a dura prova dal processo del padre di lei che rischia di comprometterne l’idillio familiare borghese americano. Niente di che, eh? Invece no. La trama non è né più né meno di quella di un mediocre tv movie da mattina di canale 5, è vero, ma la differenza la fanno – oltre alle interpretazioni - le intenzioni e quello che si riesce a leggere tra le righe. Se pensassi che questo film vuole sensibilizzare le persone sull’autismo o strappare facili lacrime (ed altrettanto facili risate) non scriverei neanche il post. Ci sono invece due poli di attrazione in questo film: uno è un’analisi di quanto conti nei rapporti quello che riusciamo a dire e quello che lasciamo capire (o così crediamo). Che accadrebbe se non potessimo usare quest’arma – così importante – e fossimo costretti a dire esplicitamente ogni cosa? Mancherebbe molta poesia, certamente, ma non ci sarebbero neanche margini di errore e fraintendimenti. La sindrome di Asperger illustra cinematograficamente questa linea di confine che ognuno pone un po’ dove crede, convinto che gli altri la vedano. L’altro tema portante è la distanza. La distanza dalle stelle e in generale da tutto ciò che sta oltre il nostro microcosmo personale: Adam osserva le stelle col telescopio, ma anche gli animali del parco di notte…Beth sembra scoprire tutto per la prima volta con lui; la distanza dalle altre persone: Adam la percepisce e la soffre, Beth, come tutti, la calcola e la definisce secondo convenienza. Mentre Adam gioca a carte scoperte, permettendo a noi di verificare facilmente quanto due persone possano stare insieme senza effettivamente essere l'uno parte dell'altra, Beth vive una storia d'amore particolare solo perchè Adam è "interessante", in un momento della sua vita segnato dal crollo delle certezze legate alla famiglia (altra opposizione con Adam, che invece ha perso entrambi i genitori). Quando Adam scopre una piccola bugia di Beth va su tutte le furie, perché non distingue tra bugie piccole e grandi, ma anche perché non sapendo mentire, non può difendersi. Senza spoilerare, questa rottura porta Adam dove non avrebbe mai pensato di arrivare. Beth, invece, non va molto più in là di dove era prima di conoscere Adam.

C'era anni fa un odioso telefilm su Canale 5 con il bambino affetto dalla sindrome di down che in ogni puntata lottava per la sua integrazione ed insegnava qualcosa a qualche americano razzista. Ecco, Adam va in direzione opposta, ma lontano anche da Forrest Gump: perfettamente consapevole dei propri limiti e padrone della sua vita, Adam cerca la felicità come tutti e il proprio posto nel mondo, libero da convenzioni sociali che non afferra ("volete vedere il video della bambina?" "No, ti ringrazio", fantastico) , involontariamente comico e straordinariamente sensibile. Beth non è da meno, ma sembra una che non si è mai posta una domanda in vita sua, troppo presa a passare da una lezione di piano a Brooklyn un aperitivo nell'East Village (sto inventando, ma il senso è questo). Non ci fa una gran figura, tutto sommato. Forse ho divagato io: Adam è un buon film che ha colpito il Sundance; pur rientrando nei canoni del cinema indie americano un po’ troppo autocompiaciuto, riesce a fuggirne gli schemi e a non indulgere nella melassa neanche quando potrebbe, trovando spesso soluzioni originali. Non male.

lunedì 10 maggio 2010

Draquila

"Qui una volta era tutta campagna"
Il valente ministro Sandro Bondi ha detto che Draquila farà fare all’Italia una brutta figura. Potrei chiudere qui il post, in effetti. La forte tentazione è di trasformare questa recensione in un atto di accusa. Vediamo se riesco a resistere. La parola chiave per capire Draquila, secondo me, è ricostruzione. Sabina Guzzanti documenta le fasi della ricostruzione: quella delle case, da un lato, quella delle coscienze, dall’altro. La ricostruzione dei fatti non procede per ipotesi o per assiomi. E’ evidente il cambio di registro della Guzzanti che sparisce progressivamente dal video, insieme al tono satirico con cui si era baldanzosamente presentata in Abruzzo: davanti ad un meccanismo ad orologeria che fa della Protezione Civile la corsia di sorpasso del Governo sulla Costituzione (con tanto di pernacchione alla Sordi) e delle forze armate il bastone fascista per chiudere la bocca alla democrazia (di fatto ottenendo anche il risultato collaterale di inimicare definitivamente le persone e le forze dell’ordine), non c’è tesi da dimostrare, non c’è bisogno di usare la satira – anche perché non c’è niente da ridere. Più o meno tutti gli elementi del puzzle sono noti, per chi vuole sapere. Qualche dettaglio macabro però sfugge forse ai più: nelle tendopoli viene impedito con la forza il diritto di assemblea (sancito dalla Costituzione), le case ricostruite costano il triplo che case normali e un piano per riparare le case solo danneggiate dal sisma (o riaprire quelle agibili) non viene preso mai in considerazione, per evidenti motivi di speculazione e propaganda.
Leggere sui giornali qualche notizia è un conto, vedere il quadro completo è tutt’altra cosa. Che vuol dire mettere in pochi mesi un tetto sopra la testa di centinaia di famiglie? Che vuol dire opporsi a questo piano? Come ha fatto la tv a diventare più convincente dell'istinto primordiale di scappare quando si sente la prima scossa? Draquila dà voce a tutti, offrendo il quadro completo. Sabina dà una vera lezione di senso civico in questo e pazienza se le televisioni sono tutte sintonizzate, ad arte, su Gerry Scotti: il risultato non cambia per questo. La creazione di consensi attraverso la soddisfazione di bisogni di prima necessità è un meccanismo agghiacciante, è il male definitivo travestito da bene, ma che oggettivamente contiene il bene (la casa): quindi come criticarlo, come disprezzare chi loda il proprio benefattore (sempre più scambiato per lo Stato) solo perché, dal caldo e dalla poltrona del cinema, si ha la calma ed il privilegio di osservare gli effetti a lungo termine di questa catastrofe civile?
Il ruolo della Protezione Civile - che dissuase gli abitanti dall'abbandonare le case - è quello più inquietante. Dopo aver mancato di proteggerli dalla tragedia, ne devasta la dignità ed il ruolo anche nella tragedia, estromettendoli dalle decisioni e sradicandoli per sempre dalla loro vita.
La sensazione è che, come per il centro de L’Aquila, anche per il resto del paese la ricostruzione sia impossibile e forse sarebbe meglio trasferirsi altrove, lontani dai luoghi che abbiamo amato e che ci fa male vedere in rovina (fisica, sociale, culturale). E’ evidente che c’è da rifondare un paese in macerie, in cui il re ha dato scacco matto a tutti ma in realtà senza avere avversari all’altezza: l’opposizione è una tenda vuota e disastrata, che metafora tristemente geniale. Draquila, per farla breve, è il nostro Fahreneit 9/11, un documento storico di capitale importanza, una lucida analisi che fa del caso Abruzzo la sineddoche del caso Italia.
(oh, ci sono riuscito, non l'ho mai neanche nominato...)

lunedì 3 maggio 2010

Il piccolo Nicolas e i suoi genitori

"Maria Edwige è molto bella, ma è una femmina"
Sarà stata la pioggia. Sarà che lo rincorrevo da un mese. Sarà stato il cinema di pomeriggio e la passeggiata con Mary. Sarà stata la sala gremita di bambini (mamma, il film è in 3D? mamma, cos'è un labrador? e via dicendo...). Sarà che poi 'sti Francesi tanto male non devono essere se riescono a fare questi film. Sarà che l'autore del libro originale è Goscinny, quello di Asterix.
Insomma, queste Simpatiche Canaglie versione camemebert, ovvero Nicolas ed i suoi amici, mi hanno fatto divertire davvero come un bambino. A partire dai titoli di testa che seguono le illustrazioni originali di Sempè in un labirinto di ritagli e pagine, per arrivare ai vari buffi episodi che compongono il film (il furto della macchina, la cena col capufficio, la maestra supplente, la visita medica...), tutto funziona ed è sapientemente calibrato, come in un acquerello, come in una striscia a fumetti dove i romanzi possono durare quattro vignette. Sceneggiatura, fotografia, interpretazioni, costumi, trovate sceniche (quello schiaffone improvviso è un capolavoro....): tutti gli elementi si valorizzano a vicenda in un mondo fittizio, colorato e libresco e sono orchestrati con cura e mestiere.
I singoli episodi sono legati dal fil rouge della trama: Nicolas si convince che i genitori aspettino un altro bambino e che vogliano pertanto sbarazzarsi di lui. Con l'aiuto (...) dei suoi amici tenterà tutto il lecito e, soprattutto, l'illecito per scongiurare questa terribile disgrazia.
In alcuni momenti ho pensato ad una versione junior di Amelie: voce fuori campo, fotografia satura, personaggi surreali ed irresistibili, dal ciccione buono che mangia sempre allo scarafaggio spione secchione che scampa le botte al grido di "Non potete picchiarmi, ho gli occhiali" (guardatelo nella foto, è quello al centro, e ditemi se non è IDENTICO a Guzzanti quando fa Tremonti, anche nell'abbigliamento...)

Ogni personaggio ha la sua peculiarità, e si finisce col volere bene persino allo scarafaggio spione. I "piccoli" ragionano da piccoli, i "grandi" da "grandi", ovvero da adulti visti dai bambini, incomprensibili ma rassicuranti, anche quando i bambini non ci sono. Non mi dilungo, Il Piccolo Nicolas è un film che fa della leggerezza un valore, che trasmette buonumore e voglia di fare qualcosa di bello, riesce persino a non rendere insopportabili dei bambini delle elementari, e per di più transalpini. La solita programmazione italica lo ha confinato presto agli spettacoli pomeridiani e questo post giunge molto tardi, ma segnatevelo per l'home video (o correte al Metropolitan), non vi deluderà.

Iron Man 2

"Hai mai fatto la modella a Tokyo?"
Non fatevi ingannare dal titolo: Iron Man 2 non è il seguito di Iron Man. Il primo Iron Man, dopo dieci anni di tentativi ha stabilito definitivamente come sarà l’universo Marvel al cinema, nei modi e nei toni. Niente male, ma, purtroppo, niente di speciale e complicato.
Soprattutto, è stato il primo passo in un universo più grande: con Iron Man 2 Marvel lancia definitivamente la filosofia del crossover anche al cinema.
Il crossover, in gergo fumettistico, è l’incrocio tra due o più serie. I personaggi si incontrano, possibilmente si scontrano, i lettori si incrociano e moltiplicano i loro acquisti mensili. La Marvel ne ha fatto un’arte, ora ci riprova col cinema, dopo un decennio di esperimenti buoni (X-Men, Iron Man) e meno buoni (F4, Devil, Ghost), prendendo il diretto controllo dei personaggi dopo aver (s)venduto al miglior offerente i diritti di immagine sui personaggi, di fatto impedendo proprio i crossover. Tony Stark ha lo scudo di Capitan America in laboratorio (Cap è atteso al cinema l’anno prossimo) e dopo i titoli di coda un bel martellone alieno viene ritrovato in New Mexico (arriva Thor, sempre l’anno prossimo). Nick Fury (Samuel L. Jackson) parla del “progetto Vendicatori”, ovvero il gruppo che riunisce nei fumetti, guarda caso, Iron Man, Thor, Cap, la Vedova Nera e altri. Il film dei Vendicatori uscirà nel 2012. Il progetto è articolato e manda in estasi i nerd come me che si sorbiscono dieci minuti di titoli di coda per vedere mezzo secondo di Mjolnir (il martello!!), ma il punto è: ne vale la pena? Non le ho già lette, queste cose e in svariate versioni? Perché non farmi vedere qualcos’altro? Anzi no, il punto non è se ne valga la pena, perché a me Iron Man 2 ha divertito parecchio, nonostante la forzatura degli elementi esterni e un Mickey Rourke veramente fuori ruolo. Tutto sommato quando avevo 15 anni mi piaceva un certo tipo di fumetto e oggi me ne piace un altro. Se avessi 15 anni forse preferirei Iron Man 2 a Watchmen e The Dark Knight, ma non per questo posso dire che Iron Man 2 sia meno riuscito. Iron Man 2 non è il seguito di Iron Man, anche se riprende esattamente dove avevamo lasciato: da “Io sono Iron Man”. Da bravo seguito, poi, scava un po’ nel passato del protagonista, aumenta gli effetti speciali e non è all’altezza del primo episodio, soprattutto perché ne perde quello strano realismo (parliamo sempre di uno che si costruisce un pace maker da solo e ci alimenta un’armatura) condendolo con elementi fantastici e troppo fumettistici. Il guaio di Iron Man è che non gli hanno mai trovato un degno nemico, una nemesi come Goblin per Spider-Man o Joker per Batman. Senza un anti-eroe, l’eroe, di fatto, non ha ragione d’essere. Robert Downey Junior ha catalizzato sul suo Tony Stark il primo film e nessuno si è accorto di quanto palloso fosse Jeff Bridges come nemico. Stavolta, l’accozzaglia di elementi narrativi e la mancanza del fattore sorpresa svelano un po’ il trucco ma Ivan Vanko (Rourke, terribile) è un avversario ridicolo per Iron Man così come Justin Hammer (Sam Rockwell, sprecato) lo è per Tony Stark...Tocca ancora a Downey Junior sobbarcarsi il peso del film e tutto sommato gli riesce bene nonostante il personaggio di Tony non vada da nessuna parte, dal punto di vista narrativo.
La cosa che un po' sorprende, a mente fredda, è che le sequenze di azione in armatura sono veramente poche rispetto al primo film: l'inizio sulla pista, con la versione portatile dell'armatura ed il breve finale con War Machine...altro non ricordo, e comunque siamo lontani da quanto visto nel precedente episodio.
Da amante dei personaggi Marvel, so che nascondono un potenziale drammatico e spettacolare che potrebbe essere sfruttato e mi dispiace vedere un’altra cosa. Come nei fumetti, però, anche per i film conta prima venderli che consegnarli alla storia. Come nei fumetti, ci sono prodotti pessimi, prodotti mediocri e prodotti buoni. Iron Man 2 ricade nell’ultima categoria, anche se è evidente che per apprezzarlo bisogna o spegnere il cervello o appunto, prenderlo come un lunghissimo trailer di quello che vedremo nei prossimi anni. Comunque, va bene così. P.S. Aridatece Gotham City.

lunedì 26 aprile 2010

La Fisica dell'Acqua

“La Fisica dell'Acqua” di Felice Farina, proiettato a Pesaro l’anno scorso ed al convegno romano "Cinema Italiano e culture Europee", è un piccolo grande film. Si pone ambizioni alte, in termini di script e produzione, è necessario parlare di sperimentazione per quello che Farina ha realizzato, in termini di effetti speciali: ce ne sono più qui che in tutto il cinema italiano degli ultimi cinque anni, forse, e sicuramente c'è una cura di questo aspetto non usuale nelle produzioni nostrane, dove si distinguono di solito anche gli sfondi finti e i doppiaggi a basso costo. Felice Farina, presentando il film, ha parlato delle riprese (terminate nel 2005) come di un atto obbligato ma quasi di minore importanza rispetto alla preparazione dell'immagine ed alla sua elaborazione digitale. Il piccolo Alessandro (uno straordinario Lorenzo Vavassori, sette anni all'epoca delle riprese) è inspiegabilmente turbato dall'arrivo dello zio Claudio (Claudio Amendola), fratello del suo defunto padre. Alessandro provoca deliberatamente un incidente in cui restano coinvolti Claudio e Giulia (Paola Cortellesi), madre del bambino. Nell'attesa di sapere se la mamma sta bene, Alessandro viene affidato ad un commissario (Stefano Dionisi) che comincia a scavare nel suo passato per cercare una verità sepolta nella memoria. L'acqua è l'elemento centrale del film: Alessandro ne è terrorizzato, la casa dove la famiglia vive è in riva al lago, le strane allucinazioni di Alessandro hanno tutte a che vedere con l'acqua, Giulia è un'istruttrice di nuoto. Il titolo dell'opera fa riferimento alla capacità dell'acqua di nascondere in profondità e far riaffiorare, in momenti o luoghi diversi i corpi, così come la memoria può farlo con i ricordi. Di là dagli aspetti tecnici, che vanno sottolineati in un contesto nazionale che insegue affannosamente le altre scuole dal punto di vista tecnologico e di ricerca, il film si rivela piano piano come un thriller psicologico e quasi sovrannaturale, un viaggio nella mente di un bambino, i cui fantasmi sono però proiettati nella realtà ed allo spettatore solo verso la fine vengono dati gli elementi per separarli da essa. Il tempo è dilatato dalla narrazione non lineare scelta da Farina per confondere il pubblico e trasmettere il senso d’angoscia che pervade il piccolo Alessandro nel suo giorno più lungo. Complimenti a Farina per essere riuscito a creare in maniera autentica il punto di vista di un bambino in difficoltà, in sospeso tra un passato che fatica a riemergere e un presente di angoscia totale e solitudine.

lunedì 19 aprile 2010

L'uomo nell'ombra

Spettabile redazione di Not In Kansas, ho ricevuto le bozze della recensione di L'uomo Nell'Ombra, e come sempre ho dovuto metterci pesantemente le mani, per tirarne fuori qualcosa di vagamente leggibile. Possibile che ancora non siate riusciti a convincere il mio datore di lavoro che se voleva scrivere non doveva fare Ingegneria Elettronica ma Lettere e Filosofia? E poi, non si accorge che gli cambiate tutte le recensioni? Per carità , mi pagate anche bene, è solo che non è che posso fare il ghost writer per tutta la vita, tengo famiglia. Vi scrivo questa lettera perchè ho notato uno strano comportamento del mio datore di lavoro, recentemente. Allora, invece di farmi una padellata di cavoli miei, gli ho fregato la moglie, gli ho fregato la macchina e mi sono messo ad indagare. Ho scoperto delle cose terribili ed impensabili, ma le ho messe in codice così non le trova nessuno, e la mia morte brutale sarà scambiata per un incidente e sarà del tutto vana. Vostro affezionato Ghost Writer P.S. va bene stare nell'ombra, ma almeno la corrente elettrica potreste attaccarmela, la sera è difficile scrivere al buio. P.P.S se mai faranno un film sulla mia vita, mi piacerebbe essere interpretato da Ewan McGregor.