NOTA: questo post segue la prima visione del film. Probabilmente, la mia opinione cambierà dopo altre visioni...il consiglio è di vedere Inception prima di leggere qualunque cosa in rete, recensione seguente compresa.
La trama di Inception – quella che si troverà sul retro del DVD e sulle guide dei film – racconta di un gruppo di sosfisticati truffatori in grado di elaborare sogni per attirare ignari malcapitati ed estrapolare dalle loro menti informazioni sensibili che non rivelebbero mai coscientemente. A questo gruppo di criminali viene chiesta la procedura inversa: un’innesto, l’impianto di un’idea, che richiede una complessità di molto superiore (diversi livelli di sogno dentro il sogno) perché il sognatore non la rigetti. Al primo livello, quindi, Inception è un film di truffa, Ocean’s Eleven applicato a Eternal Sunshine of The Spotless Mind. Ai più, basterà questo e la prima visione del film sicuramente porta a soffermarsi su questo livello, quello superficiale: seguire l’intreccio, rincorrere la logica interna, che, intelligentemente, sfugge allo spettatore mano a mano che il film procede, contribuendo all’immedesimazione con la confusione di Cobb (Leo di Caprio) ed infine capire il finale. Al secondo livello, Inception è il fratello maturo di Matrix e di eXistenz, un film di fantascienza moderna che gioca con il confine tra realtà, percezione ed immaginazione. In Matrix c’è una sola intuizione narrativa, la Matrice. O ne sei dentro o ne sei fuori, il meccanismo è chiaro dopo venti minuti. In Inception non si capisce mai e gli “spiegoni” fantatecnologici sono volutamente omessi, come nei migliori film di fantascienza (principio del Flusso Canalizzatore: se il film funziona, lo spiegone non serve. Se lo spiegone serve, il film non funziona) . Al terzo livello, Inception è un film sulle persone e sui labirinti che la mente può creare in seguito a traumi violenti, e a come si possa rimanere intrappolati dai rimorsi nella propria testa fino a non distinguere la realtà dall’immaginazione. Shutter Island più Matrix…meno tutte le spiegazioni, cosa renderà il film più longevo di entrambi gli altri due. Lungi dal voler dare una spiegazione esaustiva (ci sono già centinaia di siti, post e blog che si divertono ad ipotizzare una definitiva interpretazione dei vari elementi, ma nessuno mi ha convinto del tutto per ora), quello che mi sembra palese è che Inception, al suo quarto livello, pianta un’idea nella testa dello spettatore: che l’ultimo fotogramma del film sia la chiave per dare un senso alla vicenda, il punto di partenza per trovare l’uscita dal labirinto in cui quel genio di Christopher Nolan ci ha cacciati stavolta. E’ così solo se si ci ferma a guardare Inception al primo livello. Se la trottola è il totem di Cobb, lo spettatore, che si immedesima nel suo dramma, prende la trottola come il proprio totem e quindi l’ultima scena diventa di vitale importanza per capire il film. Ma se la trottola non fosse il filo di Arianna? Solo un cambio della prospettiva svela l’inganno della scala di Penrose, altrimenti si continua a salire all’infinito sulla rampa. Per metà film ho pensato che tra Cobb e la moglie avesse ragione la moglie, ma questo non mi ha confortato più di tanto e non mi ha fornito poi elementi definitivi per spiegare tutto. Per fortuna. Nei sogni, non ti ricordi mai come iniziano le cose, semplicemente ti ritrovi nel mezzo dell’azione. Nei film, è la stessa cosa. Tra una scena e l’altra, non sappiamo cosa fanno i personaggi. Ecco il limbo dello spettatore, creato da Nolan: il cinema ed il sogno come due proiezioni inconsapevoli della mente umana, ecco perché Nolan è l’artista che impianta un’idea nel sognatore, il pubblico in sala (un mio amico l’ha presa così sul serio che si è proprio addormentato), un’idea così radicata che sembra nostra, quando invece ce l’ha messa lui. Ognuno, alla fine, si è fatto una propria idea, partendo dalla propria percezione e dal totem che si è scelto – nel film- come ancora per la realtà e per ricostruire una logica. Inception invece è il labirinto stesso, è la quintessenza del cinema moderno: ti cattura, ti intrappola, ti lascia qualcosa nella testa e negli occhi, in più racchiude tutto il cinema di oggi e lo porta da qualche altra parte, o meglio, ce lo fa percepire in modo nuovo. Ci sono varie uscite dal labirinto, ma, incapaci di sceglierne una, restiamo dentro. La apparente mancanza di razionalità di Inception è la sua forza, Nolan alimenta la nostra fantasia invece di fornirle pacchetti preconfezionati. Così, anche se tutti gli effetti speciali più spettacolari sono rovinati dal trailer, Inception non manca di stupire. I nostri occhi sono abituati ad immagini maestose e spettacolari, ma il nostro cervello può anche andare in standby per nove film su dieci, soprattutto se americani ed alto budget. Inception è il decimo film, quello che ti fa anche riflettere, quello che racchiude in una trama infinite chiavi di lettura, quello che cambia le regole del gioco. Coccinema ha mosso una critica, tra varie lodi: i personaggi sono freddi, non scatta alcuna empatia. Vero, e anche tipico di Nolan, che gioca con gli strumenti del narratore per arrivare in una parte dello spettatore che ad altri non interessa toccare: laddove la maggior parte dei cineasti cerca di conquistare il cuore degli spettatori, a Nolan interessa risvegliare la materia grigia, sfidare chi sta seduto in poltrona ad essere più bravo di lui. Sebbene l'amore tra Cobb e la moglie sia centrale per il film, il sentimento che guida Cobb è un altro, e finalmente, per una volta, non è l'amore a vincere tutto. Nolan ci racconta storie mentre ci racconta come si raccontano le storie, ma non ci racconta mai stronzate, neanche quando ci inganna, neanche quando fa Batman: questo è il suo grande pregio. Bravo Nolan, adesso voglio vedere senza Ledger e dopo Inception cosa ti inventerai per Batman 3. lunedì 27 settembre 2010
venerdì 24 settembre 2010
Cattivissimo Me
Interessante il fatto che il mondo di Gru sia pieno di improbabili sedicenti cattivi dediti a piani più o meno congegnati, ma non ci siano né eroi a contrastarli né sembra che la gente sia sconvolta più di tanto dalle loro imprese, per non parlare del fatto che i veri mostri si rivelino poi altri, ad esempio l’inquietante direttrice dell’orfanotrofio o il direttore della banca.
Ovviamente, la trovata del film sono i minions, i minuscoli e fedeli aiutanti di Gru: rubano la scena ogni volta che compaiono con gag fisiche e stupide da comiche anni Trenta da far invidia ai Pinguini di Madascar e a Scrat de L'Era Glaciale, senza però mai risultare avulsi dalla storia o inseriti forzatamente tra una scena e l’altra. Ecco un esempio…
Non credo che Cattivissimo Me possa rapprensentare una seria minaccia per Toy Story 3 alla corsa per gli oscar, ma merita di essere visto perchè è genuinamente divertente, autoironico ed intelligente.
P.S. ormai s’è capito che il 3D non serve a niente. In Cattivissimo Me è usato in maniera divertente, ma alla fine le cose sono quelle: qualcosa che esce dal piano dello schermo, qualche sequenza veloce in soggettiva. I titoli di coda, invece, dimostrano che forse anche ad Hollywood sta cominciando ad arrivare la sensazione dell’inutilità della stereoscopia, e allora meglio scherzarci su…
P.P.S. Se mai rubaste una piramide, questo film spiega come nasconderla in giardino.
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mercoledì 22 settembre 2010
9
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giovedì 16 settembre 2010
Somewhere
Somewhere: titolo aperto a più interpretazioni, quello del film di Sofia Coppola, talentuosa rampolla d’arte che mangia pane e cinema da quando, appena nata, il papi la mise davanti alla telecamera per la scena del battesimo de Il Padrino. Ci ha stupito con le Vergini Suicide, sembrava aver trovato uno stile personale con Lost in Translation e anche Marie Antoinette (nonostante la cagna protagonista) aveva un suo perché. Invece questo Somewhere sta raccogliendo consensi che non condivido affatto. Sofia scova tra i suoi ricordi di bambina figlia d’arte alcune scene che ripropone con delicatezza (senza intento critico o satirico, sebbene poi la Marini e la Ventura a noi italiani facciano rivoltare lo stomaco per la figuraccia che esportano). Solo che per capire questo film che attraverso lunghe e ripetitive sequenze, senza l’ausilio di alcun conflitto – se non quello appena accennato nel finale – bisogna conoscere a menadito la biografia della famiglia Coppola, sapere cos’è lo Chateau Marmont, aver visto Toby Dammit di Fellini, al quale esplicitamente si fa riferimento. Considerando che per apprezzare un film è necessario (ma non sufficiente) capirlo, forse Sofia stavolta presume un po’ troppo.
La critica, intanto, si è spellata le mani a Venezia, premiando il film. Per apprezzarlo poi, si pretende un’empatia con una povera e depressa superstar di Hollywood la cui vita è talmente vuota e ripetitiva che basta uno sguardo della figlia a mandarla in crisi. Sinceramente, ci vuole uno sforzo enorme per provare la benchè minima simpatia per uno che si annoia in una suite con piscina inclusa. Va bene che il talento non si tramanda, non credo nessuno si aspetti un film che oscuri Apocalypse Now, ma almeno si dovrebbe prendere esempio dal coraggio che Coppola Senior aveva e dal ruolo che ebbe nel rinnovamento del cinema americano verso una dimensione più autorale e verso temi scomodi che l’America non era abituata a guardare su uno schermo. Non lo fa quasi nessuno, ma almeno chi come Sofia Coppola ha dalla sua tanta sapienza ed esperienza potrebbe almeno tentare. O evitare questi clichè. A meno che non si voglia chiamare coraggio l’impudenza di mostrare in maniera così acritica l’annoiata vita della star, che è poi quanto fatto, meglio, in Marie Antoinette.
Va anche detto che Stephen Dorff non è Bill Murray, che può stare senza parlare per un’ora ed esprimere qualunque sentimento, anche se tutto sommato non se la cava male. Elle Fanning è brava brava come la sorella Dakota, ma possiede anche un nome normale. Tutto intorno, un mare di cameo e piccoli ruoli che non lasciano (volutamente) alcuna traccia.
Cara Sofia, come esercizio di stile, non c’è male, ma si può fare di meglio: la metafora della macchina che inizialmente gira a vuoto e invece alla fine va da qualche parte (somewhere?) mi è sembrata eccessivamente scolastica e molte scene sembrano pensate appositamente per la colonna sonora e non viceversa. Il compitino è scritto in un bello stile e con una bella calligrafia, l’argomento è ben padroneggiato ma manca di sostanza e coraggio. Per punizione, domani vieni a scuola accompagnata da papà.
lunedì 30 agosto 2010
Shrek e vissero felici e contenti
Shrek è frustrato dalla vita familiare e rimpiange quando era un temutissimo orco. Io sono frustrato da Shrek e rimpiango quando era un bellissimo film. Ognuno ha i suoi problemi.
Dopo il pessimo terzo episodio – che tutti hanno rimosso, inclusi gli sceneggiatori, dal momento che dei personaggi introdotti non se ne vede nessuno, Shrek arriva a questo “capitolo finale” senza troppa convinzione. Visto che a portare avanti la storia evidentemente non sono capaci (vedi appunto Shrek Terzo), si torna indietro: lo scellerato accordo tra Shrek e Tremotino trasporta l’orco in un presente alternativo (“alternativo per me, per te, per Einstein, ma realtà per chiunque altro” …sì, in pratica è come Ritorno al Futuro II). Come tutte le realtà alternative che si rispettino, anche quella in cui si ritrova Shrek è peggiore di quella originale: Shrek non è mai nato, Fiona, liberatasi da sola dalla torre, è a capo di un esercito di orchi ribelli contro Tremotino che regna su Molto Molto Lontano e anche Ciuchino e Gatto non se la passano granchè. Se Shrek non rimetterà le cose a posto entro l’alba col solito “bacio di vero amore”, sarà “cancellato…dall’esistenza” (sì, in pratica come in Ritorno al Futuro I).
Complessivamente, alla sufficienza Shrek stavolta ci arriva, perché, obiettivamente, in giro c’è di peggio e qualche bella intuizione resta, come la doppia citazione da Gli Intoccabili e Il Mago di Oz. Considerando però che la stessa citazione dal Mago di Oz era già stata fatta in Shrek 2 con Ciuchino, si arriva al cuore del problema. Non c’è niente di nuovo. Persino le premesse, ovvero la frustrazione di Shrek come capofamiglia, sono le stesse di Shrek Terzo. Convincono poco anche i nuovi orchi. Dov’erano in tutto questo tempo? E che fine hanno fatto gli altri personaggi nel presente alternativo? Lord Farquaad, Azzurro, la fata Madrina, le principesse…non era meglio utilizzare loro nell'esercito di Fiona, invece di introdurre personaggi nuovi del tutto inutili per poi abbandonarli dopo una mezz'ora?
Dieci anni fa Shrek è stato una rivoluzione, una satira mascherata da fiaba, un film adulto mascherato da film per bambini, una sfida commerciale alla Disney mascherata da presa in giro dei suoi topos narrativi e dei suoi miti intoccabili. Che resta di questa sfida, dopo dieci anni? La Dreamworks, artisticamente, mangia sempre la polvere della Pixar-Disney, ma in quanto ad incassi, si difende bene, per la gioia degli Happy Meal di tutto il mondo. Shrek però poteva aprire la strada a qualcosa di diverso che non solo non è stato, ma ha anche risucchiato lo stesso orco verde nel mare di mediocrità di Kung Fu Panda e Shark Tale.
Shrek e vissero felici e contenti sconta inoltre lo stesso destino de il Padrino Parte III. Rispetto ad altri film dello stesso genere, fa un figurone, ma risulta meno soddisfacente di quanto dovrebbe proprio per il nome che si porta addosso. Come capitolo finale, serve più a Shrek (che non dovrebbe avere altri ripensamenti sulla sua felicità) che a noi, per nulla coinvolti emotivamente. Toy Story 3, che conclude in crescendo la saga della Pixar iniziata ben prima di Shrek sia da esempio alla Dreamworks: non sempre il terzo capitolo fa schifo, non sempre la conclusione deve essere forzata, anche con un concept vecchio di dieci anni si può inventare qualcosa di nuovo. Però nell’Happy Meal c’è Shrek, vuoi mettere. Nota sul 3D: l'ho evitato. Tanto anche stavolta ci sono le solite sequenze in soggettiva ad alta velocità e poco altro.
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venerdì 27 agosto 2010
Indovina chi sposa Sally
La benevola (giuro) recensione di questo filmaccio è qui.
Questi sono i cinque momenti del film in cui avrei voluto avere a disposizione o il teletrasporto o la pistola di Men In Black per creare amnesie.
1) L'ubriaca che malmena la suora scambiandola per Batman (vecchia come mia nonna di 93 anni ma non altrettanto divertente. La gag, non la suora.)
2) La lesbica davanti allo Spire di Dublino: "Non mi piacciono i cosi duri e lunghi" . Tipico esempio di british humor.
3) Una volta a caso tra tutte quelle in cui c'è sullo schermo la bambina petulante.
4) L'ennesima sequenza della donna allo specchio che si cambia e non le va mai bene niente, ovviamente il vestito peggiora sempre, generando un'ilarità che non vi sto a dire.
5) La scena dell'interrogatorio, uguale identico a quel numero da cabaret da animazione dei villaggi che ho visto in Abruzzo da piccolo. Solo che tradotto non ha neanche senso, visto che si basa sul suggerire le parole attraverso i gesti.
E nel pressbook si paragonano ad A Qualcuno Piace Caldo. Roba da matti.
Signor Scott, mi porti su.
Grazie a http://www.filmscoop.it/.
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martedì 24 agosto 2010
Grande Giove
...si va?
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giovedì 29 luglio 2010
Multisala Import: Frequently Asked Questions about Time Travel e Primer
Sala 1: Frequently Asked Questions about Time Travel è un film inglese del 2009 non distribuito in Italia. Frequently Asked Questions about Time Travel è girato praticamente tutto in un pub, per evidenti esigenze di budget. Frequently Asked Questions about Time Travel può vantare al massimo star del calibro di Anna Faris e Chris O’Dowd, non proprio Angelina Jolie e Will Smith. Come i più acculturati di voi avranno capito, Frequently Asked ecc. ecc. è un film sui viaggi nel tempo, e, se oltre che acculturati siete anche avvezzi alle figure retoriche, avrete già capito che l’anafora stà lì a dar forza ad un concetto: che anche se non sei Spielberg, non hai Will Smith nè centinaia di milioni di budget, puoi fare un film di fantascienza. Anzi, puoi fare di meglio: puoi contestualizzarlo all’interno del cinema tipico del paese in cui sei.
Così FAQ about Time Travel è una commedia ricca di british humor ed allo stesso tempo un omaggio -sin dalla locandina - ai film di fantascienza che con ironia ed affetto riprende un po’ tutti i luoghi comuni tipici della letteratura dei viaggi nel tempo: paradossi, incontri con se stessi, dimensioni parallele…riusciremo mai in Italia ad avere qualcosa di simile? a staccarci dai temi della commedia all’italiana per integrarne la forma in altri generi? Chissà. Altrove, lo fanno.
L’importante è avere una buona idea: che il viaggio nel tempo, ad esempio, sia colpa del bagno del pub che da un momento all’altro comincia a trasportare tre amici avanti ed indietro nel tempo in maniera completamente casuale: da un lontano, apocalittico, futuro a pochi minuti prima con conseguente rischio di incontrare se stessi e generare paradossi. Meno male per loro che due di essi siano sufficientemente nerd da saper gestire un'emergenza quadrimensionale. Il terzo non distingue Star Trek da Star Wars (una scena geniale) e si ritrova ben presto a pagare le conseguenze della sua ignoranza fantascientifica. Anni e anni di discussioni sulla logica di Ritorno al Futuro tornano sempre utili, prima o poi, si sa. Ben presto il film comincia a prendersi fin troppo poco sul serio e diventa quasi una parodia del genere, ma senza mai perdere di vista la coerenza logica e l’umorismo.
La trama è davvero esile, ma il punto forte di FAQ about Time Travel sono i dialoghi ed il cast. Non credo lo vedremo mai tradotto, ma esiste in rete la versione sottotitolata. Io non vi ho detto niente :)
P.S. www.play.com ha in catalogo entrambi i film.
mercoledì 14 luglio 2010
Toy Story 3
Premessa: sono di parte. Penso che la Pixar sia un covo di maledetti geni, talmente avanti a tutti gli altri da mettere in imbarazzo qualunque tentativo di imitazione. Sono gli X-Men del cinema, l’evoluzione della specie. Sono alieni mascherati da uomini, come in Cocoon.
Prendete “Quando il giorno incontra la notte”, il corto abbinato a Toy Story 3. La combinazione di animazione CG e , di 2D e 3D è un modo non rivoluzionario, forse, perché non si può imitare, ma certamente spiazzante e stimolante di usare tutte le tecniche a disposizione per raccontare una storia, anche semplice, ma che diventa una perla se trattata nella giusta maniera.
Proprio l’inimitabilità è quello che mette la Pixar al riparo dagli assalti della concorrenza, che pure sta affilando le armi: gli ultimi Dreamworks non sono male, e anche L’era Glaciale 3 era notevole, ma è la stessa differenza che c’è tra i Beatles e i Rolling Stones: nella giusta prospettiva, non c’è e non ci sarà mai partita, per quanto si dimeni Mick Jagger.
Toy Story 3 riprende le fila di una storia interrotta quindici anni fa. Nel mondo reale, per la Pixar, sono cambiate molte cose in questo lasso di tempo. Da semplice divisione “sperimentale” si è trasformata nello studio infallibile, il punto di riferimento per la cinematografia americana, i rapporti di forza con la Disney si sono invertiti, il metodo – vincente - si è consolidato, sono arrivati piogge di premi e riconoscimenti. Anche per le statistiche, un fallimento doveva essere dietro l’angolo. E invece…
E’ ovvio che Toy Story 3 non poteva non essere influenzato da tutto ciò.
Non so se la Pixar avsse in programma di realizzare un altro Toy Story. La storia è questa: la Disney – nel breve periodo in cui interruppe i rapporti con Pixar – mise in cantiere il terzo capitolo di Toy Story, di cui detiene i diritti, in maniera autonoma. Quando Lasseter prese il posto di direttore creativo della Disney, la sua prima azione fu quella di restituire il controllo del destino di Woody e Buzz ai legittimi proprietari. A quel punto, bisognava trovare la miglior storia possibile e da questo punto di vista, la missione può dirsi compiuta.
E’ difficile – senza dubbio- tornare all’ingenuità di Toy Story dopo UP. E' difficile stupire un pubblico che si aspetta, ormai quasi pretende di essere stupito, presentando per la terza volta lo stesso concept, soprattutto quando questo è non solo il più vecchio, ma senza dubbio il più semplice tra i tanti creati dalle brillanti menti di Pixar. Tornare ai giocattoli parlanti, con tutto l'affetto ed il rispetto possibile, dopo essere stati nel mondo dei mostri, nello spazio e in volo in una casa appesa a dei palloncini non deve essere stato facile per chi non ama ripetersi. Per questo Toy Story 3 è così sorprendentemente diverso dai suoi due predecessori.
Se in Wall-E e UP la strategia era quella di creare – nei primi venti/trenta minuti – un “blocco” emotivo su cui poggiare l’intreccio, con Toy Story questo non è necessario. Siete stati nella stanza di Syd, attaccati a quel razzo, a rincorrere quel camion, chiusi in quella teca, nel negozio di giocattoli, su e giù per i nastri trasportatori, non c’è bisogno di altro, i primi due film bastano ed avanzano allo scopo, si può cominciare in quarta. Se non ci siete stati…cavolo, che vita grama.
Anche nel mondo di Toy Story sono passati quindici anni, e per i giocattoli sono un’eternità. Buzz, Woody e tutti (beh…non tutti) gli altri sono in un baule, Andy sta per andare al college, il loro destino è segnato: soffitta, o pattumiera. Per una serie di coincidenze, invece, tutta la banda si ritrova in un asilo, il Sunnyside. L’iniziale entusiasmo per la prospettiva di avere nuovamente bambini con cui giocare si spegne molto presto, quando il Sunnyside si rivela una vera e propria prigione governata dall’orso di pezza Lotso.
L’unica alternativa alla prigionia è la fuga.
A grandi linee, questa è la trama. Ciò che colpisce di Toy Story 3 però è la profondità della storia. Non c’entra niente il 3D, c’è un senso di malinconia inedito per la saga che permea tutto il film: il momento tanto temuto è arrivato, Andy non gioca più. Andare in soffitta, abbandonare Andy, separarsi dai propri compagni per sempre, finire in una discarica. Gran parte di questi incubi si avvera. La storia di Toy Story forse si è conclusa qui, con il capitolo più maturo. L’obiettivo della fuga è il ritorno a casa, ma stavolta per andare in soffitta, in una busta di plastica, per sempre. In più, Woody andrà al college con Andy, separandosi da Buzz e gli altri.
C’è spazio per la commozione, nel finale, così come c’è spazio per momenti assolutamente divertenti – dai siparietti tra Ken e Barbie alle varie gag di Hamm e Mr Potato alle innumerevoli citazioni, per non parlare spettacolare della sequenza iniziale. Quello che colpisce è però la dose di momenti ad alta tensione, in particolare la lunga sequenza nella discarica ed alcuni momenti in cui sembra che qualcuno non ce l’abbia fatta.
L’apparato tecnico è superbo, ed è inutile stare a sottolineare l’ovvio. Commuoversi per dei giocattoli di pezza animati è un po’ meno ovvio, ed è l’ennesima magia: laddove non si è potuto stupire creando nuovi personaggi e situazioni, limitati tecnicamente da un look complessivo datato quindici anni che non poteva essere stravolto, gli sforzi si sono concentrati nel dare un'anima nuova e più vera al mondo di Toy Story. L'appuntamento con il flop è rimandato ancora...
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lunedì 5 luglio 2010
Predators
Un brusco risveglio, un’impresa disperata, mostri orribili a cui non puoi sfuggire, compagni di sventura improbabili e fuori controllo, un ambiente ostile. Per questo, pur di non andare al lavoro, sono andato a vedere l'anteprima di Predators.
Adrien Brody si sveglia e, come in un incubo, sta precipitando nel vuoto e il paracadute non si apre. Così, con la scena migliore del film, ha inizio Predators, terzo capitolo della saga horror / fantascientifica iniziata nel 1987. All’epoca a combattere i cacciatori alieni c’era Schwarzenegger, oggi c’è Brody: lo scarto non è minimo, ma la differenza tra i due è proprio questa: che Brody è perfetto anche quando è un miscast, Arnold lo vedrei poco a suo agio – ad esempio – sul treno per il Darjeeling.
La trama in due righe (ovvero il doppio di quanto probabilmente è lungo il soggetto originale):
un manipolo di assassini provenienti da tutte le organizzazioni criminali e militari peggiori della Terra si ritrova a fare da preda in una riserva di caccia aliena. Anche senza Schwarzy, gli alieni però se la vedono brutta.
Ora, potrei sbagliarmi, ma questo Predators sembra proprio una versione splatter di Star Trek: cast multietnico (l’americano, l’israeliano, il giapponese, l’africano, il russo e il colombiano) che – di fronte ad un nemico comune decide di fare gruppo per salvare la pelle. Pertanto anche Predators è un inno alla fratellanza, a mettere da parte le diversità perché facciamo parte della stessa specie, a deporre (in questo caso imbracciare, ma il concetto è quello) le armi per un obiettivo comune. Potrei sbagliarmi, però.
La notizia, con Predators, è che non è un filmaccio e di questi tempi non è poco. Non c’è da stupirsi però: dietro quest’ennesimo rilancio di un vecchio brand c’è Robert Rodriguez, uno che il cinema, oltre a farlo, lo ama e lo conosce. Lo script di Predators era stato realizzato anni fa proprio da Rodriguez e messo in un cassetto quando Schwarzy declinò l’offerta. Opportunamente modificato, il progetto è stato rilanciato quando quel cassetto è stato aperto probabilmente da un executive della Fox che cercava le pasticche per l’ansia vista la mancanza di nuove idee. Rodriguez a quel punto si è offerto di fare da “padrino” al progetto, di mettere a disposizione, oltre al suo amore per la saga, la sua casa di produzione, la Troublemakers, e di lasciare la regia a Nimrod Antal: il risultato è uno dei migliori reboot degli ultimi anni.
Certo, non si grida al capolavoro e non avrà l’impatto che ebbe il primo (ma d’altra parte erano gli anni ottanta, dai); la trama è semplice e i personaggi sono i classici archetipi da action movie più che persone, la struttura è quella classica: il gruppo iniziale si assottiglia con decessi più o meno violenti fino a che non rimane solo il protagonista ed, eventualmente, la sua bella. Nelle mani sapienti di Rodriguez, queste caratteristiche di per sé non positive diventano i punti di forza del film. Che Rodriguez sappia che non deve prendersi sul serio lo dimostra la geniale scelta del pezzo sui titoli di coda: Long Tall Sally, intuizione mutuata palesemente dal suo amico Tarantino per dare un tocco di ironia ad un genere che raramente sa prendersi in giro davvero.
Per dare credibilità ad un concept buono per altre decadi, comunque, era necessario mettere di fronte agli alieni cacciatori un attore che desse spessore a tutta la vicenda. Adrien Brody (ma anche, in parte, Topher Grace), è l’uomo sbagliato al posto giusto. Se il suo duello finale con il Predator è intenso e credibile non è certo per merito dell’alieno.
Abbastanza inutile il personaggio di Laurence Fishburne, se non per spiegare (a noi) che i Predator che giocano con gli sventurati protagonisti stanno al Predator di Schwarzy come il lupo sta al cane (sic), anzi, che anche esso è una preda: infatti lo troviamo appeso come un pollo all’accampamento dei Predator del terzo millennio. Da questa rivelazione nasce l’ultimo atto del film, con un plot twist un po’ forzato ma efficace – e risolto in modo da impedire l’innesco di riflessioni su chi sia veramente il mostro e tematiche del genere: Predators è un film d’azione e basta, una guerra tra Alieni spietati e umani duri da uccidere – non ci sono eroi tra “i nostri”: sulla Terra, sono loro i predatori.
Insomma, se avete bisogno di dare aria ai neuroni o siete fan della serie, è difficile che questo titolo vi possa deludere. Se siete a caccia dell’ennesimo blockbuster fracassone ed inconcludente, invece, non è aria: Predators riesce anche ad evitare il ricorrente clichè del “più fa rumore mentre esplode, più è bello”, con degli scontri corpo a corpo tra i Predators e gli umani efficaci, originali e brevi, più alcune scene di “caccia” perfettamente calibrate tra tensione e azione.
Difficilmente vedrete su questo blog la recensione del (probabilissimo) sequel, ma questo non mi è dispiaciuto affatto.
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