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giovedì 31 marzo 2011

KICK-ASS

 "With no powers come no responsability. Only, it's not true"

Il primo numero de L'Uomo Ragno che ho comprato risale al novembre 1994 (numero 155, lire tremila). Abbagliato da una scintillante cover metallizzata, mi sono lasciato irretire e sono sprofondato nel vortice della comicsdipendenza. E' un guaio, ci vogliono anni e anni per trovare un equilibrio. Guarire, non se ne parla. 
Ricordo una volta di aver fatto un calcolo: quattro paghette da 10000 lire al mese non erano più sufficienti a coprire le spese di fumetti (mi toccava andare in edicola con mio padre il sabato e infilare nel mazzo dei suoi quotidiani qualcuno dei fumetti più costosi, tipo quelli da 4500 lire). Poi, ho dovuto tagliare qualche titolo (tanto Capitan America una palla era e una palla rimane).

I fumetti americani di supereroi fanno, mediamente, schifo. Avete presente Dylan Dog? Un numero bello e dieci dimenticabili. Dipende da chi scrive e da chi disegna, e vale anche per Batman e L'Uomo Ragno (solo che là le uscite sono centinaia al mese, e la proporzione tra storie decenti e mediocri è anche peggio di quella di Dylan Dog).
La miniserie Kick-Ass (8 numeri appena) è stato dunque un piccolo shock per me, ormai convinto di saperle tutte sui fumetti americani e sulla Marvel in particolare. Nudità, volgarità, violenza ed autoreferenzialità più un'idea davvero brillante: e se un adolescente appassionato di fumetti provasse a fare il supereroe? 
In breve, la trama è questa: Dave Lizewski, sfigato adolescente, decide di fare l'eroe mascherato. Alla sua prima uscita viene accoltellato e investito da un'auto che quasi lo uccide. Appena si ristabilisce, ricomincia e diventa una star (grazie a Youtube). Le cose si complicano quando pesta i piedi ad un boss della malavita e si allea con il duo di psicopatici vigilanti mascherati formato da Big Daddy e la sua letale figlioletta Hit-Girl.
Un primo atto iperrealistico e metafumettistico, un secondo più "canonico": l'idea di partenza di ambientare una storia di supereroi nel mondo reale viene parzialmente contraddetta dalla presenza di Hit-Girl, ma in qualche modo - soprattutto grazie ai testi - la cosa funziona alla perfezione.
Disegnato da un'icona come John Romita Jr., l'effetto generale è ancora più spiazzante.
Tutta 'sta pippa per dire che insomma, qualcosa ci capisco e sono dieci anni che vedo i miei fumetti essere scaraventati su uno schermo gigante, non sempre con risultati accettabili (vedi il recente, pessimo Dylan Dog), sia dal punto di vista squisitamente cinematografico sia da quello del nerd che sussulta se dal ponte viene lanciata Mary Jane e non Gwen.
Kick-Ass esce al cinema e per la prima volta da che io ricordi non c'è bisogno di adattamento: il fumetto è in pratica lo storyboard del film. Ci sono alcune non trascurabili variazioni nella trama (il che rende il film molto interessante), ma lo spirito dell'opera originale è là: Kick-Ass è una storia sui dolori della crescita, sull'isolamento della generazione Youtube e sulla mancanza di equilibrio dei tempi che corrono. Genialmente mascherata da fumetto di supereroi.
Il cortocircuito tra fumetti e lettori si traduce sullo schermo perdendo un po' il senso dell'operazione (un fumetto che parla di un lettore di fumetti fa un effetto diverso da un film che parla di un lettore di fumetti, no?) ma guadagnando in spettacolarità. Ci sono degli attori meravigliosi e c'è un commento sonoro fantastico, un vero valore aggiunto, degno in certi passaggi del miglior Tarantino.


Non c'è bisogno di leggere fumetti dal 1994 per apprezzare Kick-Ass, sia chiaro: questo è un film d'intrattenimento riuscitissimo, che non paga dazio alle mode imperanti (franchise, 3D, star fuori ruolo tipo Jessica Alba a fare la donna invisibile) ed è un grande successo di critica e pubblico (infatti da noi esce un anno dopo). Da un lato, c'è un esempio di soggetto e di stile praticamente perfetto per mezzi espressivi diversissimi (tutti gli altri fumetti sono stati pesantemente adattati almeno in termini estetici nel passaggio sul grande schermo), dall'altro un film che potrebbe essere un passo importante nella definizione di un nuovo cinema di intrattenimento, magari meno per famiglie ma comunque di ottima fattura e che non viene pubblicizzato tramite il numero di zeri in fondo alla cifra del budget. Simile, per certi versi, a Scott Pigrim vs. The World , ma più incentrato sui personaggi e graziato da interpretazioni certamente di livello superiore. I tempi di E.T. sono passati, ma guai a chi cammina con la testa rivolta indietro.

La recensione di Kick-Ass è qui. (se non c'è, ci sarà nei prossimi giorni)


Ecco il trailer....




Si ringrazia www.filmscoop.it

martedì 7 dicembre 2010

Nowhere Boy

“Perché Dio non mi ha fatto Elvis?”
“Perché ti ha destinato ad essere John Lennon”
Domani ricorre il trentesimo anniversario della morte di John Lennon, ucciso proprio perché quel destino profetizzato (nel film) dalla madre Julia John lo aveva in parte rinnegato, o in qualche modo messo in discussione, ritirandosi dalle scene per cinque anni e minimizzando con la sua ironia a chi gli chiedeva cos’erano i Beatles. Nowhere Boy di Samantha Taylor-Wood però parla d’altro: è la storia di un adolescente difficile, diviso tra una madre naturale ed una de facto (la zia Mimi), che si sente amato ma non nel modo giusto, che non sa come reagire e che trova finalmente in una chitarra il modo giusto di incanalare la sua rabbia. Emblematico lo scambio di battute con Paul: John gli fa notare che non sembra molto “rock’n’roll” con i suoi modi da bravo ragazzo, e Paul risponde che a lui piace solo la musica, gli altri atteggiamenti da rock star non gli interessano (avrà tempo per cambiare idea, ma questa è un’altra storia, e del resto il vero McCartney ha dichiarato che Nowhere Boy non è esattamente un film storicamente filologico). Magari questo scambio di battute non sarà mai avvenuto, ma è la chiave di lettura ideale sia di un grande rapporto che della sua stessa fine, con Paul ad inseguire forme musicali e John a cercare disperatamente di uscire dal dolore che non lo ha mai abbandonato. E’ vero che è difficile dimenticare chi è e chi sarà John, mentre si guarda il film, ma in effetti la vicenda si incentra intelligentemente sul rapporto tra John e sua madre Julia, dal loro riavvicinamento alla tragica morte di lei. E’ la storia di un adolescente negli anni Cinquanta, quando saper suonare la chitarra ed essere un leader poteva fare la differenza tra un lavoro al porto di Liverpool e una speranza di essere qualcuno. O forse no, ma almeno per uno è stato davvero così.

Non c’è bisogno di essere fan dei Beatles per apprezzare la colonna sonora o l’interpretazione di Aaron Johnson (bravissimo) e di Kristin Scott-Thomas (nei panni di Mimi)… certo quando John e Paul si stringono la mano per la prima volta, si avverte chiaramente un fremito nella Forza. Ci sono degli ottimi momenti di cinema e questo è quello che conta, una volta seduti in sala: l’iniziale omaggio ai Beatles (unico e neanche troppo palese), la sequenza finale con In Spite of All the Danger, la sequenza in cui John impara a suonare la chitarra, l’incontro con Paul. Non amo i biopic, ancora meno le agiografie, poi di mistificazioni sui Beatles ce ne sono fin troppe. E’ una storia troppo recente (e troppo ben documentata) per diventare leggenda e incorporare in quanto tale tutte le versioni alternative degli odierni cantori dei media, che diventano la storia ufficiale agli occhi delle persone meno informate. E’ una pratica disonesta e furbetta, irrispettosa delle persone che guardano e che sono raccontate. John Lennon è stato un genio del pop, ma soprattutto una persona complicata e tormentata, capace di scrivere Imagine ed essere un pessimo padre, per la quale scindere il lato artistico e quello umano è praticamente impossibile: non si deve fare l’errore di ridurre ad un film la sua complessa personalità. L’uomo ed il personaggio John Lennon sono la stessa faccia della medaglia, non si può raccontare uno senza l’altro, e tradire la verità sulla sua vita implica tradire anche la sua arte. A John non sarebbe certo piaciuto piegare la sua storia alla fiction.
Per cui sia chiaro: il John di Nowhere Boy non è quello che fonderà e poi scioglierà i Beatles, non è quello che sposerà Yoko Ono e non è quello che morirà a New York per mano di uno psicolabile qualche anno dopo. Però, in certi momenti, gli assomiglia maledettamente e ci ricorda quanto il vero John ci manchi.