lunedì 17 gennaio 2011

Skyline

“Ho un ritardo” “Che vuoi dire?”
Se si va a vedere un film come Skyline, la cui tag è “Non guardare in alto” (suggerisco invece “Non guardare il film”), non ci si deve aspettare certo dialoghi tarantiniani o sceneggiature sorprendenti. La locandina, di solito, può sostituire i primi tre quarti del film. Però non è neanche detto che si debba procedere necessariamente per scambi di battute come quello – esemplare – sopra riportato. Se la tua ragazza, visibilmente sconvolta, ti dice “ho un ritardo”, rispondendo “Che vuo dire?” confermi soltanto di averne uno anche tu, ma di altro tipo. E se questa battuta la pronuncia il protagonista dopo cinque minuti, è evidente che raggiungere la sufficienza – per il film - diventa impresa impossibile. Quasi quanto sopravvivere ad un raid alieno armati di macchina fotografica.
Altra cosa evitabile, la scena da western anni Trenta “voi donne state nascoste mentre noi ringo boys – nero con rolex e pistola, bianco con macchina fotografica - in preda al testosterone andiamo a controllare la situazione”. Ovvero andare sul tetto durante un attacco di astronavi armati di una pistoletta da quattro soldi e, appunto, una macchina fotografica di cui dopo aver ammirato il logo ammiriamo anche il potentissimo zoom.
Duro colpo per i nikonisti convinti di essere al sicuro durante la prossima invasione aliena.
Evidentemente decervellati off-screen dagli alieni ma ciononostante vivi (non essendo colpite parti vitali), i due testosteronici idioti decidono quindi che - visto che le astronavi VOLANO e sono arrivate dal CIELO - la via di fuga sia il MARE. Non in sottomarino, beninteso, in motoscafo. L'avranno letto su Focus. Poichè gli alieni hanno bisogno di impiantarsi cervelli umani per vivere, un comportamento così imbecille potrebbe essere anche interpretato come una elaboratissima strategia per essere scartati a priori e avere salva la vita: chi vorrebbe il cervello di due così cretini?
Alieni e disaster movie: due generi cinematografici che – quando sovrapposti – generano inevitabilmente i seguenti luoghi comuni: si comincia presentando i futuri liberatori del genere umano durante la loro (preferibilmente poco desiderabile) routine quotidiana, gli alieni sono brutti, tecnologicamente avanzatissimi, preferiscono atterrare in America (possibilmente grandi città) e non vogliono trattare, una serie di fortuite coincidenze fa di solito in modo che sul più bello vengano sconfitti in modo rapido e definitivo dai suddetti eroi liberatori. Skyline rispetta pedissequamente tutti questi topoi narrativi, eccetto due. Ma non svelerò quali, nel caso qualcuno volesse ancora vederlo dopo aver letto questa recensione. L’altra peculiarità di questo trascurabile filmetto è che i registi, Greg e Lill…pardon, Colin Strause sono stati denunciati dalla Sony per aver “omesso” di menzionare il loro progetto Skyline quando hanno ricevuto l’incarico di realizzare gli effetti speciali per Battle:Los Angeles con la loro compagnia Hydraulx. Battle:Los Angeles ha praticamente la stessa trama di Skyline (e anche la stessa città di ambientazione) ma ovviamente, il budget ed il cast del blockbuster, mentre Skyline si deve accontentare del Dr. Turk di Scrubs e del sosia di Marco Delvecchio (Eric Balfour ed il suo improponibile pizzetto). Questioni deontologiche a parte, Skyline non entrerà comunque negli annali della fantascienza, essendo semplicemente la versione bootleg di un alien disaster movie, più vicina ad un prodotto televisivo che ad uno cinematografico, nonostante gli eccellenti effetti visivi. Creature e integrazione tra reale e finto sono decisamente impressionanti, purtroppo ad essere poco credibili sono proprio gli umani, visto il livello scarsino della recitazione. Soprattutto, gli americani si devono mettere in testa che (oltre che al resto dell’universo) anche al resto della Terra non importa un beneamato ciufolo se vengono vaporizzati, schiavizzati, fatti saltare per aria, annegati, torturati, decervellati. Anzi. Poi Los Angeles è la città meno evocativa del pianeta, vederne la periferia rasa al suolo non genera il benchè minimo sussulto nello spettatore, che piuttosto si schiera con gli alieni, dotati certamente di buon gusto in fatto di architettura civile. Lato positivo: l’impossibilità di coinvolgimento emotivo è funzionale al finale, ma questo film fa per voi solo se siete amanti acritici del genere, che negli ultimi anni ha comunque prodotto film molto più originali come Moon e District 9.

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