venerdì 18 marzo 2011

Si vede dal trailer - speciale animazione

Non è intento di questo spazio far pubblicità, quindi, nonostante questo post sia dedicato all'animazione, ometto i trailer dei due film che si contenderanno gli incassi maggiori: Cars 2 e Kung Fu Panda 2. Entrambi sequel, entrambi di film non proprio indimenticabili. Se su Cars 2 posso concedere il beneficio del dubbio, sul Panda con la voce di Fabio Volo non ho dubbi. Sarà un film inutile. Dopo il 2010, un anno decisamente sottotono...



Passiamo al resto:




MARS NEEDS MOM

Si vede dal trailer, appunto: concept stupido, animazione in mocap di pessima qualità (ma perchè non la smettono?). In USA è un tale flop che pare abbia convinto la Disney ad abbandonare il remake di Yellow Submarine (anch'esso in motion capture). Grazie, pubblico americano, per avermi evitato un altro scempio degli affetti.




WINNIE THE POOH

Che sia proprio questo il meglio che vedremo? Niente 3D, niente mo-cap, niente effetti fotorealistici, niente citazionismo e battute a doppio senso. Fottutissimi disegni a mano. Vivaddio.




ARTHUR CHRISTMAS

Certo il trailer fa ridere. Però...perchè mi pare di capire già dove andrà a parare la storia?


martedì 15 marzo 2011

Si vede dal trailer (Source Code - The Music Never Stopped - The Other Woman)

Quando arrivate un po' tardi al cinema, c'è sempre lo stronzo davanti in fila che decide cosa vedere alla cassa. Anche se ha avuto tutta la fila per scegliere: sceglie alla cassa. Magari chiede consiglio alla cassiera, come fosse il maitre del ristorante. Poi ovviamente si consulta con la ragazza. Che non è d'accordo. E poi comunque vanno a vedere il cinepanettone o quello che più gli si avvicina.

Cassa Quote #1


"Acros de iuniverz: che vor dì acros? "
"mmm...al di là

(ragazzine in coda tempo fa al Warner Village di Roma. Film poi scelto: Matrimonio alle Bahamas, con Massimo Boldi)

Veniamo alle cose serie:

The Music Never Stopped

Forse è solo un drammone strappalacrime, ma J.K. Simmons è un grandissimo attore e questo potrebbe essere un bel film sul potere della musica. 



Source Code

Duncan Jones ci ha stupito con Moon. Qui sale di budget, quindi forse scende di qualità: con i viaggi nel tempo è un attimo che ti ritrovi una trama incoerente, vediamo un po'...



The Other Woman


Girato prima dell'Oscar: per contratto, dunque, la Portman ha una scena di pianto disperato. Speriamo che d'ora in poi non sia obbligatorio vederla piagnucolare sempre, ma intanto, per quale motivo dovrei vedermi la versione aggiornata di Nemiche Amiche?

lunedì 14 marzo 2011

Rango


“E’ un’arte, non una scienza esatta!” 
Cosa si chiede all’animazione? Probabilmente prima di tutto di fare tanti soldi, così come a qualunque altro prodotto. Lo capisco, e mi adeguo: nondimeno, mi aspetto sempre uno scarto immaginativo rispetto ai film live-action, perchè c’è una maggiore possibilità espressiva ed il totale controllo sui personaggi, che non sono -almeno fisicamente – il frutto di un’interpretazione: sono proprio così, sono proprio loro, non c’è bisogno di guardare oltre la maschera dell’attore e non ci si può basare sui propri sentimenti per la star. Quante volte non vediamo un film perchè “ Tom Cruise mi sta sulle palle” o “Jack Black lo adoro qualunque cosa faccia”? 

Con i personaggi di animazione questo gioco non vale: ti devono conquistare mentre li conosci, devono essere familiari e affascinanti allo stesso modo. A volte ce la fanno, molte volte no e spesso il segreto del successo è tutto là. Ma, come dice Rango a proposito della capacità di cambiare colore, è un’arte, non una scienza esatta. Angolo Quark: i camaleonti non cambiano colore per mimetizzarsi, contrariamente alle credenze popolari e anche a quelle di Rango stesso, che infatti ha diversi problemi ad adattarsi a quello che lo circonda, sia fisicamente che psicologicamente. Rango è un pesce fuor d’acqua ovunque vada, anche se prova a fare di questo la sua forza, come nella scena del saloon. Il fatto che gli riesca spesso e volentieri fa di lui uno di quegli idioti di successo che al cinema si possono solo amare.

Che animale è Johnny Depp? Jack Sparrow, Edward Mani di Forbice, Sweeney Todd, James Barrie, Ichabod Crane, tutti personaggi sopra le righe, interpretati spesso con un eccesso di espressività invece che per sottrazione. Depp è un camaleonte. Rango è un camaleonte. Il sillogismo vien da sè. Tra tutti gli alter ego di Depp, Rango somiglia molto proprio al capitano Sparrow per la sua apparente svagatezza, mentre nel mondo dell’animazione ricorda vagamente Z la formica, altro animaletto nevrotico e digitale.

Senza dubbio, il camaleonte in crisi di identità che vorrebbe fare l’attore ma che si improvvisa pistolero è uno dei personaggi più riusciti degli ultimi anni. Il misto di intraprendenza, leggerezza e insicurezza lo rendono irresistibile già dalla prima – divertentissima - scena. Lo spaghetti western messo in piedi da Gore Verbinski fa il paio con il western “classico” dei fratelli Coen e fa del 2011 un grande anno per il vecchio West. I toni di Rango non sono lontani da quelli di Lo chiamavano Trinità (senza scomodare Sergio Leone, a cui comunque si fa riferimento), con una serie di personaggi buffi e a tutto tondo che combattono nel deserto fuori Las Vegas per la poca acqua rimasta.
L’atmosfera crepuscolare, smorzata solo parzialmente dalle varie gag e dal coro dei gufi mariachi, si addice al western degli eroi senza nome a cui Rango appartiene di diritto tanto quanto Clint Eastwood e che Verbinski rielabora e rimodella in maniera geniale su una comunità di animali di media taglia (basta guardare i fondali e da cosa è fatta la città di Dirt) in lotta per la sopravvivenza ed in cerca di un eroe.
Aggiungere una buffa commedia dai risvolti ecologici e psicologici a tale contesto fa parte dei privilegi di lavorare (in maniera intelligente) con l’animazione, sfruttandone la libertà espressiva di cui sopra. Se si accetta un camaleonte parlante nel vecchio west, è facile anche accettare un catalogo di eccentricità ai limiti del disturbo mentale che tanto piacerebbero a Woody Allen. O a Jack Sparrow.
Senza dubbio da vedere in lingua originale per godersi Depp, anche se Nanni Baldini è egregio come sempre (ma troppo riconoscibile).
Miglior animazione del 2011? Molto probabile.

venerdì 11 marzo 2011

Si vede dal trailer

Nuova rubrica, con i film da vedere e quelli da evitare, quelli che "si vede dal trailer".
Cominciamo con tre film che verranno e che dal trailer promettono benissimo, sperando che mantengano le promesse:

Super 8

JJ Abrams dopo Star Trek ha tutta la mia stima, e dal trailer sembra un grande ritorno ai temi del vecchio Spielberg (E.T. su tutti). Da oggi, uno dei film che aspetto di più.




Beginners

Commedia romantica, Ewan e Melanie, che altro desiderare? (il cane senza dubbio!). Speriamo...



Rubber

O è una cagata, o un capolavoro. Non ci sono alternative...



Intanto oggi esce Rango....che a scatola chiusa prevedo sarà il miglior film di animazione dell'anno, quindi da non perdere assolutamente:

I ragazzi stanno bene


Qui il mio articolo sul film, scritto durante il Festival di Roma. Qualche altra considerazione, a distanza di tempo:
I ragazzi stanno bene racconta in chiave leggera di una famiglia moderna: due mamme lesbiche (Julianne Moore e Annette Bening) e due figli concepiti artificialmente, uno per ciascuna, dallo stesso donatore (Mark Ruffalo), che irrompe nelle loro vite con effetti devastanti.
Il concept in fondo può andare bene per una serie televisiva (americana, in Italia ce lo sogniamo, a parte che è illegale), ma il film è graziato da tre performance praticamente perfette (in originale Mark Ruffalo è impressionante) e da una sceneggiatura che procede spedita, fugge i luoghi comuni e si basa su dialoghi serrati e divertenti. Julianne Moore, in particolare, ha un lato comico che dovrebbe sfruttare più spesso e stupisce sempre per bravura e per  versatilità, a pensare i ruoli che sceglie.
La cornice è quella classica (americana): casa col vialetto, tenore di vita medio alto, figlia grande in procinto di andare al college (momento sempre importante per le famiglie americane), figlio piccolo alle prese con problemi adolescenziali, crisi coniugale, stavolta – ovviamente - sui generis, come il triangolo “a più livelli” che si instaura tra i tre protagonisti.
La normalità, la quotidianità e gli eventi eccezionali, dolorosi, attesi o imprevisti che bisogna sempre affrontare e che possono mettere a repentaglio l’unità familiare: la “diversità” è solo il pretesto per uno dei triangoli più complessi e strampalati che si ricordino, non c’è alcuna lezione morale da imparare (per fortuna). A parte questa, cioè, che appunto non dovrebbe far notizia una situazione familiare del genere. Voglio proprio vedere invece come titoleranno i giornali italiani....

Il Gioiellino



 “A parte quei 14 miliardi di buco, l’azienda è un gioiellino” (Calisto Tanzi) 

In fisica, una trasformazione reversibile è una trasformazione in cui le grandezze variano in maniera infinitesimale, così che sia sempre possibile invertire il processo. Sommando un gran numero di trasformazioni reversibili, si ottiene un effetto non reversibile. Applicando lo stesso concetto al limite che si impone alla propria coscienza, si rischia di ritrovarsi quasi senza volerlo molto lontano – eticamente – dai valori di partenza.Se poi compri e scambi i giocatori con Cragnotti con i soldi del Monopoli, e l'Inter viene a Parma e perde sistematicamente per dieci anni, beh permetti che mi incazzo pure.


 Il film inizia dalla fine, dall’arrivo della finanza negli uffici della Leda. Non è un mistero, si sa come è finita alla Parmalat. Più interessante capire come da una salumeria si possa arrivare ad uno degli scandali economici più macroscopici e vergognosi di sempre.
Il Gioiellino di Andrea Molaioli è ispirato alle vicende del crac Parmalat di Calisto Tanzi: non è difficile riconoscere personaggi ed eventi, ma non si deve commettere l’errore di pensare che la vicenda sia tutta là. Non è così: il lato tragico della vicenda Parmalat, ovvero quello che è accaduto ai piccoli investitori, e quello più nero, ovvero la connivenza del sistema bancario e dei poteri forti, vengono lasciati sullo sfondo. E’ una mancanza grave se ci si aspetta da questo film un j’accuse nei confronti appunto del capitalismo d’assalto o un film reportage, ma diventa un dettaglio se si coglie nel film l’intenzione di rappresentare – tramite la megalomania di Tanzi/Rastelli – la miseria umana di una certa imprenditoria italiana e in generale una distorta idea di successo e di valori che – grazie ad illustri, pessimi esempi – si è radicata nella testa delle persone. In cosa ci stiamo trasformando, quasi senza accorgercene? Cosa stiamo lasciando che accada a tutti noi, cloroformizzati da un'idea di successo malsano e addestrati a guardare il dito che indica invece della luna?

Amanzio Rastelli (Remo Girone) è un personaggio sin troppo umano (mi ha ricordato Il Caimano, quando il personaggio di Michele Placido voleva umanizzare Berlusconi per renderlo più affascinante per il pubblico), che quasi si ritrova costretto a sporcarsi le mani per preservare la sua amata azienda, mentre gli squali, intorno, gliela azzannano. Sembra il Giovanni Rana della pubblicità, quello che cucina per i nipotini. E’ la sua ingenuità a rovinarlo, non si riesce – merito di Girone – a volergli del tutto male.
E’ Toni Servillo però il cuore del film: il suo Ernesto Botta, ragioniere ambiguo, efficiente orchestratore di tutti i raggiri economici della Leda, amorale ma fedele al capo, è un altro capolavoro dell’attore napoletano. A lui sì, si vuole male, istintivamente.

Botta e Rastelli sono personaggi complessi, sfaccettati, umani e per questo corruttibili, in primo luogo da se stessi, che si trasformano a poco a poco da orgoglio a vergogna dell’Italia. Andrea Molaioli dirige con sicurezza, senza virtuosismi: Il Gioiellino è un film sobrio e lineare, volutamente didascalico in certi punti. Non è Il Divo, per intenderci, e non è un reportage. E’ realistico proprio perchè i due personaggi principali non sono trasfigurazioni macchiettistiche, slegate dalla realtà, concepite perchè il pubblico si autoassolva (in pratica il difetto principale del cinema italiano). Quello che accade nel film può succedere perchè è successo, ma soprattutto perchè basta guardarsi intorno per capire che praticamente chiunque, nell’initimità del proprio individualismo miope e maleducato, è un piccolo potenziale Tanzi. 

lunedì 7 marzo 2011

The Fighter



Uno pensa alla boxe al cinema e vede Rocky. Se proprio è un cinefilo, magari vede Toro Scatenato. Ma subito dopo, vede Rocky. E di che parla Rocky? Del sogno americano, del non avere paura, del credere nei propri sogni e del rialzarsi dopo un k.o. Se non sbaglio è nell'ultimo, geriatrico, Rocky Balboa che Rocky dice a suo figlio qualcosa come "l'importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti". E' la boxe elevata a metafora della vita ad Hollywood che commuove e consola gli americani, convincendo i meno fortunati di avere sempre una possibilità e i più fortunati di avere sempre un cuore.

Togliete la fanfara di Bill Conti, togliete Stallone, il ralenti e le frasi fatte ed ecco The Fighter. Ad onor del vero, vanno aggiunte le quattro splendide performance principali: Christian Bale, Amy Adams, Mark Wahlberg e Melissa Leo. Oscar a parte, l'intensità delle quattro interpretazioni sostiene il film dall'inizio alla fine. A maggior ragione per chi, come noi, sente queste storie lontane, geograficamente e socialmente, è importante avere un appiglio emotivo forte. La prova di Christian Bale è commovente: il ritratto di Dickie Eklund, astro della boxe finito in una vita di rimpianti ed illusioni distrutta dal crack,  è il vero tema del film, nascosto dietro la vicenda di del fratello Micky (Wahlberg) a caccia del successo sul ring. "Il mio ring è la strada" diceva Rocky ad un certo punto: così è per Dickie: sceso dal ring, si è fatto prendere a pugni dalla vita ed ora cerca un riscatto riflesso nelle prestazioni sportive del fratello, spesso complicandogli le cose invece di aiutarlo. 

Come Dickie, l'intera comunità cittadina (madre, sorelle, fidanzata, allenatore, amici...) di un'America di serie B si specchia nell'eccezionalità di uno dei suoi membri, essendo incapace di riscattarsi socialmente sia come collettività che nei suoi singoli individui. La consolazione per essere nati, vivere e morire a Lowell, Massachussets è essere conterranei di Dickie Eklund, che una volta ha messo a tappeto Sugar Ray. Forse. E quando la leggenda di Dickie viene sporcata da un documentario sulla tossicodipendenza, a Lowell c'è bisogno di un nuovo eroe.
La capacità di dare un'anima - di luci e ombre - non solo ai due "combattenti", ma anche all'ambiente dal quale provengono è il valore aggiunto di The Fighter ad una cinematografia che secondo me ha detto già tutto da tempo. Mostrare allo stesso tempo le difficoltà dell'ascesa e le conseguenze della resa sono ciò che differenzia The Fighter dai suoi simili. A Rocky ci sono voluti sei film per fare lo stesso, ma - scherzi a parte - non sono film confrontabili, figli di epoche ed idee di cinema troppo distanti.   

Sarà che, dopo film come Il Cigno Nero, 127 Ore ed Il Grinta, al momento i miei standard sono un po' più alti del solito, ma The Fighter non mi ha entusiasmanto e mi ha convinto - in assoluto - meno anche de Il discorso del Re, per cui vale in fondo lo stesso discorso: fa sempre bene vedere delle belle prove di recitazione, ma per gridare al capolavoro oggi questo non può bastare.

Per quanto ineccepible sotto ogni punto di vista tecnico (c'è anche una splendida colonna sonora), The Fighter è in fondo sempre l'America che si parla addosso, con il suo linguaggio e la sua filosofia. C'è un limite numerico di iterazioni dello stesso concetto oltre il quale ripeterlo non ha più senso, anzi è controproducente: per me quel limite è stato già superato e The Fighter non mi ha detto niente.  
E' una questione di gusti personali e aspettative, intendiamoci: The Fighter è il massimo che può essere ed è senza dubbio un ottimo film. Come tanti. Il difficile è essere un film come pochi. 

venerdì 4 marzo 2011

Le mezze stagioni al largo dei bastioni di Orione



Anche Blade Runner. Sequel, prequel, giochi. Insomma, ecco l’ennesimo barile con un fondo tutto da grattare. Poco da star sicuri davanti a dichiarazioni tipo “resteremo fedeli al film”. Excusatio non petita. C’è poco da indignarsi, è inutile gridare al sacrilegio. George Lucas lo fa da anni, ma almeno la gallina dalle uova d’oro è la sua. 

Invece noi poveri cinefili, che abbiamo registrato le VHS dalla tv, abbiamo comprato i dvd, li abbiamo ricomprati in edizione speciale e sostituiti con i Blu-Ray, noi che andiamo al cinema, che leggiamo le riviste e sappiamo anni prima (e non alla cassa del cinema) quali film usciranno e quando, noi che riconosciamo una comparsa in un film e passiamo mezzora a chiederci dove l’abbiamo vista rischiando di perderci la trama, noi poveri stronzi, insomma, che alimentiamo quest’industria con il cuore oltre che con il portafogli, dobbiamo assistere impotenti alla sua trasformazione peggiore. Le major cinematografiche fanno parte o sono diventate dei colossi di entertainment che spaziano dalla tv ai videogiochi alle app per i telefonini. 

Prendete la Sony: cinema, hardware, videogames: è ovvio che si muova in maniera organica, promuovendo al cinema il 3D per poterlo poi lanciare sui televisori e sulla Playstation. A scapito della qualità delle singole aree, ma a tutto vantaggio dei dividendi complessivi. Prendete la FOX: LOST ha mostrato che il cinema oggi si fa in TV. Con le serie, con i franchise. Ecco allora che arriva il quinto film sugli X-Men, quando i primi due bastavano eccome. Mentre la Sony dopo meno di dieci anni già riavvia Spider-Man per una nuova generazione di ventenni.  Mentre la Disney compra la Marvel, mentre la Marvel fa in modo che i fumetti siano allineati alle uscite cinematografiche, sincronizzando ad esempio colpi di scena e rinnovamenti del tutto inutili o peggio ancora fuori contesto, come le scellerate idee che hanno distrutto Spider-Man per renderlo più appetibile al pubblico cinematografico. Risultato: io sono scontento sia dei fumetti che dei film. Ma intanto i soldi glieli ho dati. 

Altra prassi avvilente: il riconoscimento a posteriori che effettivamente i sequel facevano schifo, con lo scopo di promuovere il nuovo sequel che – questo sì, signora mia- rispetta l’originale. Lo ha fatto Johnny Depp per il quarto Pirati (ma non mi pare che all’epoca fosse contrariato da Pirati 2 e 3, anzi), lo hanno fatto tutti per Indiana Jones 4 parlando del 5 e lo ha fatto Shia Leboeuf per Transformers 2. Ovviamente a proposito del 3. Ma un minimo di dignità, ogni tanto?   

E le idee? La qualità? L’arte? Super Mario? I Goonies? X-Files? Indiana Jones?  Si va verso un nuovo concetto di fruizione "convergente", che forse farà orrore a noi, ma sarà normale per chi oggi traffica con l’iphone senza saper ancora camminare in maniera dignitosa. Il valore di un prodotto sarà (è) misurato nella sua capacità di adattarsi alle diverse piattaforme di distribuzione. Brand al posto di titoli, e defenestrazioni di tutti i concept non "moltiplicabili". Una buona idea dovrà essere diluita su un certo numero di prodotti e assoggettata a certe strategie aziendali. Ecco perchè i film ad alto budget fanno quasi tutti schifo. Non sono film. Avete presente Iron Man 2? E' un trailer di due ore.
Il film sarà solo un pezzo del puzzle, magari quello principale, ma di certo non l’unico. Necessario, ma non sufficiente. Perchè bisognerà giocare al videogame per capire il passato dei personaggi o scaricare i contenuti online per approfondire le sottotrame. O guardare la serie per collegare il primo film al secondo. E riempire le pagine dei forum di stronzate (l’orso polare di LOST alla fine che c’entrava?), così anche gli operatori telco vedono qualche euro. Non mi piace, anzi mi fa schifo. Però ad arrabbiarmi farei le canoniche tre fatiche (in particolare la terza), e certo basterebbe guardare i candidati all’Oscar per miglior film per stare comunque tranquilli, anche se non bastano ottimi film drammatici per compensare la deriva di quelli leggeri.

La scintilla del genio riuscirà ad accendere qualche luce ogni tanto, non è che non ci saranno più film eccellenti anche tra i prodotti di entertainment. E prima o poi finirà anche lo sfruttamento dei vecchi capolavori, quando i concept moderni avranno saturato il mercato. La fase di transizione è in corso ed è dolorosa come ogni momento di crescita e cambiamento. La prima vittima è il cinema di intrattenimento, la seconda è il pubblico, che però si adatta facilmente. E, come dice Morgan, sceglie sempre Barabba. 

E noi poveri stronzi? Avremo sempre Parigi.

Star Wars HD CountDown -207 : TREDDI'

"It's a trap!"

Certo, è una trappola. Il 3D sta distruggendo il cinema dall'interno e non c'è cosa peggiore di un 3D aggiunto in post-produzione. Ovvero, un conto è girare un film direttamente in 3D, un conto è sdoppiare le immagini dopo. In entrambi i casi si ha la sensazione di esser stati fregati, ma nel secondo si sente anche la musica di Febbre da Cavallo e no, Mandrake non siete voi.

Star Wars torna al cinema in 3D, data ufficiale (americana): 10 febbraio 2012, con Episodio I: La Minaccia Fantasma. Certamente il più adatto al 3D. Ma, come direbbe l'ammiraglio Ackbar, è una trappola bella e buona. Perchè a meno di qualche sorpresa, non credo che il 3D aggiungerà molto, se non nelle tasche mai troppo piene di Lucas. Sono quasi certo che vedremo qualche ulteriore aggiustamento di effetti e montaggio (lo Yoda tutto digitale?), ma anche che questi aggiustamenti saranno anticipati nella release HD home video.

Detto ciò, io ho già il biglietto in tasca. Io sono già là con gli occhiali addosso. Perchè se alla frase Star Wars torna al cinema in 3D togliete le ultime quattro lettere, resta il concetto più importante, e soprattutto la frase che sognavo di sentire, cinematograficamente, da quando mi sono reso conto di quale occasione ho perso non andando a vedere tutti e tre i film al ventesimo anniversario. Ero giovane.  

Quindi facciamo che, nonostante sia in 3D, Star Wars torna al cinema.

martedì 1 marzo 2011

Oscar 2011

E pure quest'anno ce li siamo tolti dalle palle, con le loro sfilate, le loro dichiarazioni, con i loro articoli su tutti i giornali e le testate specializzate e non. Peggio della cerimonia degli Oscar c'è solo il Festival di Sanremo, perchè, almeno, agli Oscar non vota la giuria di qualità.
Come si fa a mettere in classifica l'arte? E' solo promozione mascherata da premiazione: ci deve essere un vincitore (annunciato o a sorpresa, di solito si alternano) e uno o più vinti, così che i giornali possano titolare a dovere.
Questo era l'anno del vincitore annunciato: Il Discorso del Re prende 4 premi: come Inception, ma sbancando nelle categorie principali: Film, Regista, Attore protagonista e Sceneggiatura. Ovviamente, non sono d'accordo. Soprattutto perchè film come 127 Ore ed Il Cigno Nero sono rimasti a bocca asciutta.
Dei dieci candidati a miglior film, mi mancano Winter's Bone e The Fighter, ma di certo Il Discorso del Re, che è un ottimo film, non mi sembra all'altezza di Inception o 127 Ore. Forse neanche di Toy Story 3. So' gusti, per carità.
Un po' meno soggettiva forse è la valutazione per Regia e Sceneggiatura: lavori egregi, ma scolastici, in confronto (ad esempio) Il Cigno Nero ed Inception sono fuori concorso per manifesta superiorità. Per me Il Discorso del Re poteva essere un vincitore "ai punti", ma, categoria per categoria, gli ho sempre preferito qualcun altro. Il meccanismo che ha incensato - esagerando - film come Titanic e Slumdog Millionaire quest'anno ha scelto così.
Colin Firth è giustamente premiato, non essendo inferiore di certo a James Franco o Jeff Bridges. Vince per il film, perchè Bridges gli ha soffiato il premio l'anno scorso e Franco e Eisenberg avranno altre occasioni. La Portman si porta a casa la statuetta (meritatissima), così almeno la smette di piangere a ogni occasione.
Toy Story 3 prende due meritati Oscar, ma L'Illusionista non sarebbe stata una scelta scandalosa. Certamente meno del rigore dato al Milan con il Napoli ieri.
Continuo a non capire perchè Shutter Island e Leo Di Caprio siano stati ignorati completamente (edit: è uscito nel 2009 negli USA??), ma credo che il dato più importante sia che il 2010 è stato un anno eccellente per il cinema. Il vero vincitore, per quest'anno, è lo spettatore. La lista dei dieci candidati e un po' di mente locale sugli esclusi eccellenti ne è la prova. A conti fatti, però, i generi che mancano davvero sono la fantascienza e la commedia (i più commerciali), generi che - almeno in America - stanno collassando e non riescono più ad esprimere freschezza ed originalità come qualche decennio fa. Dove sono i Blade Runner e i Ghostbusters? Gli Harry ti Presento Sally? Vediamo se il 2011 invertirà la tendenza, anche se non ho molte speranze.