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martedì 6 settembre 2011

Super 8


Ci sono tanti film in Super 8: ci sono i film del passato, a cui chiaramente J.J. Abrams (Lost, Star Trek) si ispira: film anni ottanta per ragazzi, soprattutto, ma anche i recenti disaster movie. C’è il film che i suoi protagonisti girano, persino durante il panico che si scatena in città dopo il misterioso incidente ferroviario che apre il film. C’è il film che racconta la storia di quell’incidente e di come le vite dei protagonisti vengono cambiate. Infine, ci sono i film che spero Super 8 ispirerà, nel breve e medio periodo, se porterà all’inversione di tendenza che auspico da tanto tempo per i film americani.

Speravo da tempo di vedere un un grande film – nel senso di costoso e commerciale, oltre che riuscito – che non fosse costruito intorno alla possibilità di serializzazione, senza 3D e senza grandi nomi infilati dentro a forza solo per aumentare l’età media del pubblico. Il vuoto lasciato da Spielberg quando ha cominciato a fare film impegnati, seriosi e poco fantasiosi (persino ispirati a fatti reali!) è stato riempito male da film sempre più costosi e spettacolari ma sempre meno capaci di emozionare ed ispirare, spesso al centro di operazioni multimediali e commerciali che toglievano di fatto potenza all’esperienza cinematografica.

Pur non rinunciando ad alcuni dei suoi marchi di fabbrica, J.J. Abrams  ha realizzato un film teoricamente ancora più anacronistico del meraviglioso Star Trek di due anni fa, citando palesemente lo Spielberg di E.T.: biciclette, alieni, problemi familiari, persino il protagonista Joe è identico ad Elliot. Non credo che Steven se la prenderà a male, visto che è il produttore del film. Non a caso poi il film è ambientato, direi quasi che vi è “dedicato”, negli anni settanta (il walkman è il massimo della tecnologia) e nella provincia americana: coordinate spaziotemporali ideali per un film di misteri e dolori della crescita (vedi I Goonies, Explorers, Navigator…). La passione per un certo tipo di cinema è anche un elemento centrale della trama, è ciò che lega i ragazzi protagonisti, intenti a realizzare un film horror amatoriale, ed in qualche modo li protegge dalle cattiverie della vita (la metafora del mostro misterioso è fin troppo evidente). Super8 è un invito a non avere paura (neanche di scadere nel banale con tali messaggi), a non essere passivi, a tendere sempre la mano, a resistere nei momenti bui, a non perdere mai la speranza.

Anche nei momenti più spettacolari, il punto di vista resta quello dei ragazzi, che non sono mai lontani dal cuore dell’azione e non sono mai trascurati in favore dello spettacolo o per una dimostrazione di effetti speciali: la storia d’amore che nasce timidamente tra i due protagonisti è la più bella e vera che si sia vista in questi anni, in cui un singolo abbraccio vale più di mille baci appassionati, perchè messo nel punto giusto e non strumentalizzato per aumentare l’effetto lacrimogeno. Questo è un film che punta intelligentemente ai cuori e alle menti degli spettatori giovani, ai quali viene offerto tutto il pacchetto: una storia di amicizia, di dolori della crescita, un inno alla creatività, lo spettacolo, le astronavi, i buoni e i cattivi, finalmente personaggi a cui si tiene davvero. Merito anche di un gruppo di attori giovani bravissimi, tra i quali spicca sicuramente Elle Fanning (vista in Somewhere), davvero impressionante, guardatela quando si “trasforma” in zombie, che rappresenta il cuore del film. Gli adulti sono un mondo a parte, non meno spaventosi ed incomprensibili dei fenomeni paranormali e anche questa tematica è un marchio di fabbrica spielberghiano riadattato: mancano le madri, invece dei padri, non è un dettaglio: la mancanza dell’amore materno rende ancora più importanti gli altri legami istintivi, come l’amicizia e l’amore, oltre ad esasperare i conflitti con la figura paterna.

Non sono del tutto soddisfatto, comunque. Ci ho pensato molto e credo che manchino essenzialmente due cose a Super8: una sequenza particolarmente emozionante nel finale, che ci leghi definitivamente al film e che compensi quella del deragliamento all'inizio, e un tema musicale incisivo, tipo il tema di E.T. durante la corsa finale in bicicletta che ti fa venire sempre la pelle d’oca. In più, l’inevitabile confronto tra i bambini e il mostro viene risolto in maniera incerta e le due linee narrative non sono sempre ben amalgamate tra loro. E' come se Abrams si fosse in qualche modo accontentato di aver realizzato un film d'altri tempi, alla ricerca di un effetto nostalgico più che di un rinnovamento nel lessico della cinematografia d'intrattenimento. Considerando tutto quello che c’è, però, non è certo il caso di stare troppo a rompere le palle:  non è certo colpa sua se di questi tempi per fare un passo avanti bisogna farne tre indietro .




giovedì 30 giugno 2011

Transformers 3



E anche 'sta trilogia ce la siamo tolta dalle palle.

Durante la promozione di questo terzo capitolo, la frase che ho letto di più è che Transformers 2 era stato un incidente di percorso, come se un film del genere possa uscire per caso, mentre Transformers 3, ah signora mia, questo sì. E invece no, per niente. Se avessi visto prima Transformers di Cars 2, non avrei parlato così male della Pixar. E Cars 2 fa veramente pietà.

Il cinema di Micheal Bay è pieno di gnocca ed esplosioni più, in questo caso, enormi robot alieni parlanti. In termini generali, non sono contrario ad alcuno dei sopracitati elementi, anzi, ma ci vuole metodo e misura anche nel far saltare per aria Chicago. Il vero problema non è sulla scala grande, però, bensì su quella piccola: i personaggi del film sono tutti monodimensionali e senz’anima, umani e robot allo stesso livello. Alla spettacolarità delle scene d’azione – in particolare quella delle persone nel palazzo che crolla – si contrappone una incapacità drammatica di dare sostanza alle sequenze di alleggerimento o a quelle sentimentali, quelle insomma attraverso le quali dovremmo stabilire un contatto con i personaggi e preoccuparci della loro sopravvivenza. La trama è di una inconsistenza scoraggiante (neanche mi spreco a scriverla), i personaggi vengono presentati ed abbandonati rapidamente senza alcun senso: il personaggio di John Malkovich è un esempio lampante, ma anche i genitori di Sam sono delle comparse assolutamente irritanti e inutili, soprattutto per l’umorismo demenziale assolutamente fuori luogo. Invece di creare empatia, tutte queste sequenze non fanno che spezzare il ritmo della narrazione presentando quadretti superflui tra una scena d’azione e l’altra, prolungando inutilmente l'agonia.  E' tutto fuori fuoco, fuori luogo, posticcio: il motivo è che  la sospensione dell'incredulità  va in tilt, perchè vi si deve far ricorso più per le scene con soli umani che per quelle contenenti i robot.  

Dopo pochi minuti, il film è già insostenibile proprio a causa di questo pseudo-umorismo che dovrebbe coinvolgere e per la pretestuosità di certe sequenze. La new entry Rosie Huntington Whiteley, che sostituisce degnamente –in quanto cagna e in quanto gnocca –Megan Fox, si nota per la sua entrata in scena –una prolungata sequenza che forse vale il sovrapprezzo del 3D in cui si seguono le sue notevolissime chiappe seminude in primo piano, - e per il fatto che, dopo essere stata sballottata per una Chicago distrutta ed essere sopravvissuta al crollo di un grattacielo in pieno stile Bay, arrivi alla fine del film senza un graffio, con trucco e parrucco perfetti e con i vestiti (BIANCHI) perfettamente puliti ed integri. Che avesse una clausola nel contratto? Mah.

Shia Leboeuf è un ottimo attore, potrebbe essere il nuovo Harrison Ford, peccato che invece di Star Wars si sia trovato nell’era dei Transformers, saga che fa apparire i dialoghi di Lucas degni di quelli di William Shakespeare. Non basta, come non basta aggiungere peso specifico al cast con Patrick DempseyJohn Malkovich (sprecatissimo) e Frances McDormand (sempre meravigliosa, chissà che penserà il marito di questa deviazione nel blockbuster…).

Dopo tre film si può affermare che l'elemento che funziona peggio  in questa saga patetica sono i robot, a cui proprio non ci si riesce ad affezionare, cosa piuttosto grave, essendo essi l'elemento centrale del film. Gli Autobot sono privi di personalità, poco accattivanti esteticamente, poco interessanti, poco sfruttati come personaggi al di là delle scene d'azione e di quelle comiche (che gli si addicono pochissimo). I Decepticon, invece, sono tutti uguali anche esteticamente e si fa una gran confusione per capire chi sia chi. A parte Isabel Lucas in Transformers 2.

Della battaglia tra il logorroico e antipatico Optimus Prime e Megatron (sì, ancora) ce ne frega poco, anche perché finisce come al solito, con Optimus a togliere le castagne dal fuoco a tutti dopo essersi attardato per chissà quale motivo (probabilmente per tenere uno dei suoi pomposi discorsi moraleggianti che Micheal Bay deve a tutti i costi propinarci in testa e in coda al film).

Transformers 3 è un brutto film (quasi quanto I Guardiani del Destino) e Transformers è una brutta saga che racchiude tutto il peggio del cinema americano moderno: è la deriva finale dei blockbuster anni ottanta, di cui è rimasta la forma ma si è persa la sostanza. Che produca proprio Steven Spielberg è un ironico ed amaro dettaglio. 

Meno male che tra un po’ esce Super 8.