Visualizzazione post con etichetta Keira Knightley. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Keira Knightley. Mostra tutti i post

lunedì 23 maggio 2011

Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del Mare



Premessa

Con Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del mare è stata inaugurata a Pioltello la prima sala IMAX digitale italiana, con gran copertura giornalistica e squilli di tromba.


Con Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del mare, ieri ho scoperto che i multisala del gruppo UGC sono stati acquistati dal gruppo UCI. Pessima notizia per gli amanti del cinema: il multisala UCI di viale Marconi è uno dei più tristi di Roma. Bassa qualità della proiezione e sale per niente confortevoli. Tanto per far capire che il vento è cambiato, hanno reintrodotto un lunghissimo intervallo a metà proiezione, con tanto di carrello con bomboniere e cornetti.
Su cui si sono fiondati praticamente tutti gli spettatori, evidentemente non sazi di quello che si erano già portati in sala all'inizio.
Che poi a Roma già è raro che si assista in silenzio alla proiezione, l'intervallo non fa che peggiorare le cose, visto che quando riprende il film stanno ancora tutti o scartando il gelato o sono in piedi, o continuano il discorso che stanno facendo per altri dieci minuti, ci manca solo che chiedano di abbassare il volume.
Lodevoli rassegne ed iniziative cinefile sono ormai un lontano ricordo. Porta di Roma, Roma Est e Parco Leonardo, altri tre cinema in meno da frequentare.

Tutto è collegato. Perchè anche la sala di Pioltello è gestita dal gruppo UCI (e quindi nel giro di pochi mesi farà schifo). E non è un vero IMAX, ma quello che viene chiamato ironicamente LieMAX: un sistema digitale di proiezione su schermo poco più grande del normale, ma niente a che vedere con gli schermi ciclopici con cui IMAX si è fatta conoscere ed apprezzare nel mondo. Insomma, la gita a Milano mi sa che me la risparmio.

La Premessa è finita, andate in pace


Dette le cose importanti, veniamo al film. Jack Sparrow è uno dei migliori personaggi cinematografici degli ultimi vent'anni. Senza di lui, ci sarebbe stato un solo Pirati dei Caraibi, forse non migliore di tanti altri kolossal mediocri della Disney tipo La Casa Stregata o L'apprendista Stregone.

Il franchise dei Pirati è una specie di secchio in cui buttare e rimescolare tutte i topos della letteratura marina: dai bucanieri al Kraken, dalle Sirene al voodoo, dall'Olandese Volante alla Fonte dell'Eterna Giovinezza. Spunterà anche la Balena Bianca, prima o poi. Non tutto funziona, o comunque ci vuole mestiere (vero, Vinicio?). La leggerezza è un'arma a doppio taglio, la solidità della sceneggiatura e una giusta visione a livello di regia non sono optional, neanche se hai Johnny Depp con la sua migliore intuizione.

Avevamo lasciato Jack Sparrow, pardon, il Capitano Jack Sparrow con una mappa che indicava la Fonte dell'Eterna Giovinezza alla fine della trilogia precedente. In questo quarto capitolo, della Fonte interessa un po' a tutti (il Pirata Barbanera, il Re di Spagna, il re d'Inghilterra), tranne che a Jack. Ovviamente, in un modo o nell'altro, si ritrova ad essere coinvolto. Eccetera eccetera Penelope Cruz eccetera eccetera.

Al posto di Orlando Bloom e Scucchia Knightley, ci sono un prete allupato (ma guarda un po') e una sirena, che vincono la palma di personaggi più insulsi del decennio. Ogni volta che sono in scena, il film si arresta, rallenta e si spera che rientri in scena Jack o chiunque altro fuorchè loro due.
Non che gli altri personaggi siano più interessanti: Ian McShane è un egregio Barbanera, ma è molto meno carismatico del Barbossa di Geoffrey Rush e non regge come villain. Penelope Cruz è un'aggiunta dovuta ad un cast privato della Scucchiona, ma non ne riprende il peso specifico nella storia, principalmente perchè la sceneggiatura fa più acqua di una nave presa a cannonate ed ogni scena è solo un pretesto per far fare o dire qualcosa di inaspettato a Jack Sparrow. Cosa che, scena per scena, funziona, ma fa sì che il film non sia altro che una serie di siparietti che nella trilogia precedente (inutile per due terzi anch'essa) avrebbero trovato spazio sul dvd, tra le scene tagliate. Il climax del film è confuso e poco emozionante, anzi: il film rallenta progressivamente fino a spegnersi del tutto, dopo un'inizio discreto. Risultato: noia mortale. 

Il problema è che la regia compassata di Rob Marshall (Nine, tra i peggiori film dell'anno scorso), che ha sostituito Gore Verbinski (Rango, tra i migliori film di quest'anno) affossa il passo di un film che dovrebbe vivere di scene epiche e combattimenti, di arrembaggi ed assalti. L'unica volta che due navi si incrociano, si ignorano. L'unica battaglia in mare, tra l'altro importante, viene solo raccontata. Assurdo. Johnny Depp e le musiche di Hans Zimmer sono le cose migliori del film. Ma erano originali (e meglio utilizzate) tre film fa.

Jack Sparrow ritiene che l'immortalità si possa raggiungere anche in altro modo che bevendo alla Fonte. Lo ritengo anche io. Jack Sparrow è già immortale: lasciatelo stare. Se non ci sono storie alla sua altezza, non rovinatelo. Se non ci sono comprimari in grado di farne risaltare l'eccentricità offrendo una gamma di valori solidi da opporre alla sua morale barcollante come la sua andatura ed ambigua come la sua sessualità, lasciate perdere. Preti allupati? Piratesse innamorate? Per favore. Possibile che alla Disney non si possa fare di meglio? Insomma, risultato deludente, regia pessima e sceneggiatura ridicola: il franchise è finito, ma visti gli incassi, continuerà per tutti quelli a cui piace l'intervallo così possono fare il refill di coca e pop corn. Salvate il soldato Sparrow.

Non avrei mai pensato che mi sarebbe mancata Keira Knightley.


P.S. per sfogare la frustrazione dovuta al passaggio da UGC ad UCI e la sorpresa dell'intervallo, non ho trovato di meglio da fare che prendermela con un infante con un braccio rotto seduto al mio fianco. Ho sperato che facesse casino per potergli dire di tacere pena la frattura dell'altro braccio, ma poi l'ho soltanto azzittito bruscamente quando ha cominciato a parlare. Me sto a rammolli'.

mercoledì 23 marzo 2011

Non Lasciarmi



Tre attrici di cui non tollero la vista: Keira Scucchia Knightley, Carey Fossette Mulligan (scuola Portman, lacrime a comando e perenne espressione da martire), Sally Smorfiette Hawkins.
Indovinate quali tre attrici fanno parte del cast di Non Lasciarmi. Meno male che la Hawkins si vede poco. Meno male che c'è anche Andrew Garfield, che, in quanto prossimo Peter Parker, già mi sta molto simpatico.  

Non Lasciarmi è un film più complesso di quel che sembra. A prima vista, potrebbe apparire come un melodramma su un triangolo sentimentale, da vedere con le amiche e gli amici gay. Senza dubbio, è un film incentrato sui personaggi: per quasi tutto il film, in scena ci sono i tre protagonisti, il mondo esterno assente, almeno fisicamente.

Le dinamiche tra i tre personaggi principali però contengono tutte le drammatiche domande che il film non pone, ma sussurra all’orecchio dello spettatore. Si può sentire più forte il dilemma etico di quello esistenziale, a seconda della propria sensibilità: questo è senza dubbio il punto forte del film, che appartiene a pieno titolo al genere della fantascienza e che può essere paragonato - per toni e temi trattati – a Moon di Duncan Jones.

Trama, in breve: grazie ad una scoperta scientifica negli anni Cinquanta, la speranza di vita umana ha superato i cento anni. Tramite la clonazione, vengono allevati esseri umani appositamente allo scopo di donare organi alle persone. Il ciclo di vita dei cloni si conclude intorno ai trent'anni, con una serie di espianti. Katie, Tommy e Ruth crescono insieme, in un istituto per donatori, e devono affrontare il loro destino.

Il film comincia nel 1978 e termina a metà degli anni Novanta. La cosa che mi ha colpito di più  di questo ipotetico scenario è il fatto che un mondo benedetto (?) dalla fine delle malattie più gravi sia rimasto per tutto il resto così uguale a se stesso. Non sembra infatti casuale che i progressi tecnologici occorsi tra l’epoca iniziale e quella finale non siano assolutamente percepibili, ed il film sembri essere sempre ambientato in un’epoca senza tempo. E’ come se l’allungamento della vita avesse frenato la spinta creativa umana. Sottinteso e geniale. Se poi me lo sono sognato, vabbè, il genio sono io, l'idea è mia e guai a chi me la frega. 

La passività con la quale i donatori accettano il proprio fato è sconcertante, sia emotivamente che narrativamente. Se questo comporta il rischio di non far mai scattare una totale empatia con i personaggi, porta anche ad una naturale riflessione sulla dimensione umana della mortalità e del rapporto con il tempo e la vita.
Una paletta di colori tenui e spenti accentua la sensazione di ineluttabilità che pervade il film. La prima scena, inoltre, mette subito in chiaro le cose, per impedire che lo spettatore scambi il film per un thriller e speri in una rocambolesca fuga verso un lieto finale. Non Lasciarmi non è The Island (e per fortuna), nonostante la tematica sia praticamente la stessa.

Cinematograficamente, meglio la prima parte:  più immaginifica, più inquietante, più triste, a meno di essere particolarmente colpiti dalle performance dei tre attori principali. Non è il mio caso, ma ammetto che la mia idiosincrasia per due terzi del trio protagonista ha influito fortemente sul giudizio.
I personaggi bambini ancora non hanno capito la portata del proprio dramma e sono più simili a persone vere, più istintive e vitali delle loro composte e rassegnate controparti adulte. La seconda parte del film scaturisce dalla prima in modo abbastanza naturale (forse troppo), portando maggiormente in primo piano alcune delle riflessioni che nella prima mezzora di film rimanevano volutamente in sottotesto.

Ho letto che Non lasciarmi ha incassato poco, nonostante le ottime critiche. Purtroppo, difficilmente un film del genere sopravvive a quello che mostra nel trailer o a quel che sembra (cioè un melodramma su un triangolo sentimentale da vedere con le amiche e gli amici gay) e il pubblico che attira probabilmente non si aspetta e non sa capire un film del genere. Figuriamoci in Italia.