mercoledì 27 ottobre 2010

Le conseguenze dell'amore (waiting for Back to the Future)

25 anni fa, Grande Giove, avevo quattro anni. La prima volta, ho visto Ritorno al Futuro in tv, ne ho un ricordo lontano, ma certo: ricordo dov’ero, chi c’era e persino la sedia su cui ero seduto. Non so come mai, ho saltato il secondo (anche se me ne ricordo la versione per Commodore 64) e sono andato a vedere il terzo al cinema. Ricordo anche perfettamente di aver perso l’inizio, visto che avevamo scoperto troppo tardi cosa c’era al cinema. Altri tempi. La saga ideale da vedere in ordine sparso: il terzo film comincia esattamente dove finisce il primo, ma è – in pratica – la seconda parte del secondo. Confuso e felice, non ci ho capito niente. I prodromi dell’amore cieco. Stasera, circa vent’anni e decine di visioni televisive dopo, sfiderò il freddo di Roma per esibire al cinema la mia nuova maglietta SAVE THE CLOCK TOWER, in attesa dell’arrivo del cofanetto in blu-ray, nel quale, al salato prezzo della traccia audio italiana, troverò tutta una serie di gadget che farebbero la felicità di qualunque nerd. Tipo me. I cinema per stasera sono tutti esauriti da giorni, tanto che estenderanno le proiezioni anche a domani e forse oltre. Non ci voleva un genio del marketing per capire che, invece delle minchiate in 3D, per riportare le persone al cinema basta dare un buon film. Visto che poi più sono remake, reboot, e saghe resuscitate a distanza di decenni, più la gente si mette in coda, tanto vale rimettere in sala gli originali, a cui siamo affezionati per ripetute visioni su schermi piatti immalinconite dal tasto pausa e da quello fast forward, ma che abbiamo dimenticato ( o mai conosciuto) sul grande schermo, nel buio – anche se sempre meno spesso nel silenzio – di un cinema. A pensarci, ben venga il piccolo Madison invece del colosso UGC: impreziosirà l’effetto nostalgia della serata... Qui il mio speciale sui film basati sui viaggi nel tempo Intanto, ecco un divertente filmato con Tom Wilson, il Biff di Ritorno al Futuro, che risponde ad alcune annose questioni... A questi due link, invece, le previsioni corrette e quelle sbagliate su quello che ci sarà nel 2015, rispetto a quanto visto in Ritorno al Futuro parte II.... Ci vediamo nel futuro...

Figli Delle Stelle

Cinema EURCINE, Roma. 4 Sale, in sala 1 “Figli delle stelle” di Lucio Pellegrini. Cassa di sinistra. Mi avvicino e chiedo: “Buonasera, due per Figli delle Stelle.” “EH?” “DUE PER FIGLI DELLE STELLE.” “biglietti?” Nella top 5 delle risposte che avrei potuto dare, riconosco che “sì” non era certo la più estrosa, né quella che l’idiota avrebbe meritato, ma almeno mi ha consentito di raggiungere senza ulteriori sforzi lo scopo, ovvero vedere il film. Già ero al secondo tentativo, dopo che avevo trovato tutto esaurito a Wall Street in un altro cinema. Quindi, imperturbabile rispondo: “sì.” Per dovere di cronaca, le altre quattro erano: 1. “biglietti? no no, DUE sono i mesi che ti restano di lavoro prima di essere definitivamente sostituita da una macchina automatica, che sarà pure fredda, ma almeno non è così stupida. 2. “biglietti? no, due stelle su cinque è il mio giudizio, sul film. Pensavo le interessasse, sa com’è scrivo recensioni e di solito rimorchio le cassiere così, sparando giudizi. Cinque per il Padrino, a proposito. E Tre per Moulin Rouge.” 3. "Biglietti? No, calci in culo che devo dividere tra te e l’imbecille che ti ha messo alla cassa"
4. "Biglietti? No, sono le ore che ci vogliono per comprare due cazzo di biglietti ad una cassa di cinema servita da una rincoglionita che farebbe bene a chiedersi dove ha sbagliato nella vita per ridursi a fare un lavoro da scimmia ammaestrata e riuscire a farlo così male. " Dopo una scena del genere alla cassa, come si fa a dire di Figli delle Stelle che i personaggi sono eccessivi e la storia non sta in piedi? La cassiera che si accerta se volessi dei biglietti è una di quelle cose che mi scoraggiano profondamente, che mi fanno perdere fiducia nel genere umano. Questa settimana, l’altra è stata vedere la gente farsi la foto davanti alla scena di un delitto, la cronaca nera trasformata in souvenir. Una scena che, se avessi visto in un film, avrei giudicato esageratamente satirica, grottesca, irreale, persino ingiusta. Alla fuga dei cervelli, in Italia, sembra essersi sostituito il suicidio dei neuroni. Ce lo dice la cronaca, ma basta anche guardarsi intorno, guardare come – mediamente – si comportano le persone. Ecco che allora Figli delle Stelle di Lucio Pellegrini, pur con tanti difetti, un valore ce l’ha. Ci racconta come vanno le cose, ma senza la pretesa di generalizzare. Ci racconta di cosa potrebbe accadere a chi perde la bussola, una cosa come tante, al giorno d’oggi: un improvvisato rapimento di un ministro che ovviamente va storto. I cinque rapitori sono cinque precari di una generazione che non ha nessuna sicurezza, abbandonata dalla storia e dallo stato. Uno appena uscito di galera, un operaio precario, un insegnante senza posto di lavoro, un idealista di sinistra ed una giornalista. Un gruppo improvvisato (stile Soliti Ignoti, ma senza nemmeno le competenze “sc-sc-scientifiche”), un rapimento in cui si sbaglia la persona (invece del ministro, un sottosegretario, che si rivelerà anche onesto). Sembra una commedia degli anni sessanta, o la trama di un film dei Coen. Giorgio Tirabassi, Pierfrancesco Favino e Giuseppe Battiston sono da applausi, Paolo Sassanelli è ottimo, ma il suo personaggio proprio non si capisce cosa ci stia a fare, un po’ come quelli di Fabio Volo e Claudia Pandolfi. Se il personaggio è solo abbozzato, o c’è un bravo attore a definire i contorni (vedi alla voce Battiston) oppure resta un bozzetto senza capo né coda (vedi alla voce Volo). Discorso a parte per Favino, che ancora una volta mostra tutto il suo talento, costruendo il personaggio più complesso sulle sfumature.
Un buon film, però, ha l’obbligo di non confondere forma e sostanza, soprattutto quando la sostanza è il racconto della confusione. Troppi punti in sospeso nella trama, troppe incertezze in fase di scrittura ( o di montaggio). Forse con un personaggio in meno si sarebbe riuscito a far quadrare meglio i conti. L’impressione generale è che manchi qualcosa, forse la volontà di fare una polemica forte, di affrontare seriamente alcuni temi, che sono solo accennati: ad esempio, il personaggio di Giuseppe Battiston, che ha iscritto i figli alla scuola cattolica ma non vuole che dicano le preghiere è meraviglioso, ma buttato via (la scena in cui litiga con la suora è fantastica, ma resta fine a se stessa).
Insomma, l’impressione è quella dell’ennesima occasione sprecata per fare un ottimo cinema.

venerdì 15 ottobre 2010

Buried

"Una telefonata allunga la vita"
Che cos’hanno in comune Cella 211, Il Labirinto del Fauno, The Orphanage e Rec? Ben due cose: la regia spagnola e un’altra, che sembra davvero un tema portante nel nuovo cinema spagnolo, ovvero che ci possiamo scordare i finali lieti ed all’acqua di rose con il protagonista che – salvata la situazione – cammina abbracciato alla sua bella verso un nuovo giorno. Buried di Rodrigo Cortès non fa eccezione. Per citare le sue stesse parole, dà al pubblico non quello che vuole, ma quello che non si aspetta. Chiuso in una cassa, sepolto sotto terra, un cellulare mezzo scarico, un accendino e pochissimo tempo per salvarsi. Il cellulare di Paul Conroy (Ryan Reynolds) prende sotto terra in Iraq durante la guerra, il mio neanche al quinto piano, a Ostia la domenica pomeriggio. Apple e Vodafone, vergogna. Mentre il tempo scorre, Paul scopre cosa è successo, perché si trova sotto terra e, soprattutto, che l’aiuto che cerca potrebbe non arrivare in tempo. Al contrario di altri casi di sepoltura anticipata (tipo la puntata di C.S.I di Tarantino) il film si svolge completamente all’interno della cassa: non c’è mai alcuno stacco sugli interlocutori di Paul. Questo fa di Buried un film nuovo e coraggioso, per diversi motivi. Il fatto che la cassa sia il luogo dell’azione dal primo istante e non, come ad esempio in Kill Bill vol. 2, un colpo di scena, fa generare di per sé molta meno ansia di quanto si pensi. Questo non è un difetto, anzi: se l’obiettivo di Paul è quello di uscire dalla cassa, per Cortès è mostrarci cosa accade ad una persona che non può fare altro che chiedere aiuto e sperare. Il fatto che Paul sia nella cassa, appunto, è quasi secondario, è una situazione senza uscita come tante (beh, non proprio come tante, ma insomma ci siamo capiti, diciamo un po' peggio di Massimo Lopez di fronte al plotone di esecuzione nello spot della Sip).
Buried è una commedia nera: ha ragione Cortès. A metà tra un personaggio di Hitchcock ed uno di Kafka, Paul si trova in una situazione paradossale e pericolosissima, ma non riesce a trovare l’aiuto che vorrebbe perché il telefono, che dovrebbe facilitare le comunicazioni, oggi è uno strumento che invece consente alle persone anche di tenersi a debita distanza dai problemi.
La frustrazone di Paul, messo sempre in attesa, scaricato da una persona all’altra, costretto a raccontare sempre tutto dall’inizio mentre il tempo scorre inesorabile e l’ossigeno finisce, è quella di chiunque chiami Sky per segnalare un problema, per non parlare della Telecom o di RyanAir, senso di soffocamento incluso. I risvolti politici della trama sono soltanto un modo per contestualizzare la vicenda, che in effetti è piuttosto improbabile e paradossale per molti motivi e funziona meglio se letta appunto in chiave metaforica e satirica (anche considerando il finale). Ryan Reynolds da vicinissimo funziona meglio che da lontano, oppure finora ha scelto male le sceneggiature (tra lui e la moglie Scarlett Johansson non so chi faccia peggio, forse stanno facendo una gara): in Buried funziona anche perché la faccia da quarterback è perfetta per il ruolo dell’americano medio che si trova in una situazione più grande di lui. Buried per il resto è uno stupendo esercizio di tecnica registica: forse è il set più piccolo della storia del cinema, eppure la macchina si muove sempre in maniera non scontatam regalando anche un paio di sequenze “truccate” da brividi. Merita di essere visto soprattutto per questo (e per i bellissimi poster che sono stati ideati per il film).
P.S. visto che bravo? stavolta ho evitato la pippa sul perché gli spagnoli esportano Cortès e noi Muccino, loro Penelope Cruz e noi Violante Placido ecc. ecc.

martedì 5 ottobre 2010

2010, l'anno dell'animazione

Anno d'oro per l'animazione, questo 2010: riprendo un vecchio post di anticipazioni per fare il punto della situazione. Mentre The Illusionist di Sylvain Chomet arriverà a fine Novembre anche in Italia e l'operazione recupero dei capolavori di Hayao Miyazaki - che auspicavo - continuerà con Porco Rosso, non trovo notizie su una distribuzione italiana di Brendan and The Secret of Kells, che a questo punto non credo vedremo al cinema. Peccato. C'è sempre Play.com per colmare la lacuna.

Tra i film già usciti, nessuno ha deluso le aspettative: Shrek 4 ha dimostrato che il franchise dell'orco è finito (male), mentre Toy Story 3 è un capolavoro che potrebbe anche entrare nei dieci per gli Oscar. Il più bello, forse, resta Fantastic Mr. Fox, di Wes Anderson ed anche Cattivissimo Me e Dragon trainer hanno i loro numeri, pur restando un gradino sotto il podio. Non ha trovato una distribuzione al cinema neppure 9 di Shane Acker, ma è in home video, e una visione a tempo perso la merita, se non altro per lo stile innovativo. In uscita La Leggenda dei Guardiani - Il regno di Ga'Hoole, un fantasy con protagonisti dei gufi. Se il film mantiene le promesse del trailer, sarà uno spettacolo. Zack Snyder (300, Watchmen) in cabina di regia promette ralenti a raffica.

Raperonzolo - L'intreccio della Torre , sarà molto liberamente tratto dalla fiaba originale e promette un po' d'azione in più, ma finora, da quel che si è visto, per aspettarsi un nuovo grande classico Disney. Sempre animali parlanti e principesse. Dal punto di vista grafico, però, un mix di disegno e CG potrebbero far incuriosire anche i meno fiduciosi.

Megamind, ancora da Dreamworks (tre film in un anno!) , sfiderà Raperonzolo al box office a Natale, il trailer è divertente, ma rischia di essere il solito vuoto spinto denso di citazioni, nonostante l'idea carina di partenza.

A due mesi dalla fine dell'anno, quindi, mancano ancora Porco Rosso, The Illusionist, Ga'Hoole, Raperonzolo e Megamind. In rigoroso ordine decrescente di presunta bellezza.

In sintesi, un ottimo anno: tante uscite, tutte di alta qualità (il peggiore, Shrek, è comunque dignitoso), tutte estremamente godibili anche dagli adulti, segno che i tempi sono cambiati - in meglio. Per l'anno prossimo, Pixar farà tornare Cars, Dreamworks ci riprova con Kung Fu Panda 2 e Puss In Boots, spin-off di Shrek con il Gatto con gli Stivali, Walt Disney riporterà sul grande schermo Winnie The Pooh. Se, dopo aver visto Toy Story 3, non mi sbilancio su Cars 2 , il resto per ora non mi entusiasma. Speriamo nei progetti minori ed in quelli indipendenti (c'è The Goon di David Fincher che sarebbe fantastico, ma ancora non si sa nulla...)

Blue Sky Studios (quelli de L'era Glaciale) uscirà con Rio, la storia di un pappagallino blu che non sa volare. La trama (una commedia romantica animale) è identica a quella di Newt, progetto della Pixar morto in uno stato avanzato di produzione per non scontrarsi proprio con Rio. Qualcosa di simile a quanto accadde per A Bug's Life e Z la formica, solo che stavolta Pixar ha preferito lasciar perdere. Strano, brutto segno: cancellare così un progetto non è da loro.

I trailer:

Infine, The Secret of Kells...Play.com, pensaci tu.

lunedì 4 ottobre 2010

Double Feature: Benvenuti al Sud / Innocenti Bugie

Mentre siamo tutti ancora intenti a bruciare neuroni e pensare a quella maledetta trottola (cade? non cade? barcolla?) , il cinema ci viene incontro con due film che ci ricordano l'insostenibile leggerezza del cinema fuori dai sogni di Nolan, ma anche che a volte aspettarsi il peggio, nella vita, aiuta a rimanere piacevolmente sorpresi.

Benvenuti al Sud
Si potrebbe sparare sulla Croce Rossa del cinema italiano, costretto addirittura a copiare un film francese (popolo con il quale non condividiamo pressochè nulla, a partire dal senso dell’umorismo) per assicurarsi un ritorno al botteghino. Eh sì, perché, come si sa, Benvenuti al Sud è un remake – neanche troppo libero – di Giù al Nord, il film campione di incassi in Gallia. Si potrebbe continuare a sparare sottolineando che un film basato sulla contrapposizione di stereotipi razzisti né giova né contiene alcuna sostanza, soprattutto se poi per smentire lo stereotipo del Sud si sceglie una località come Castellabate (troppo facile), così come per accentuare quella del Nord si prende impietosamente la periferia di Milano (Usmate… ma qualunque altra località che finisca in “-ate” sarebbe lo stesso: solo la nebbia, c’avete solo la nebbia). Però visto che il film è divertente, scarico la pistola e ne scrivo bene. Se questo blog assegnasse voti ai film, cosa che si propone categoricamente di evitare, Benvenuti al Sud avrebbe un voto ampiamente sopra la sufficienza, con tendenza a descrescere mano a mano che si dimenticano le battute del film. Se un film riesce a contenere la comicità di Alessandro Siani (che a Napoli piace quanto Cannavaro…e a Roma pure) fino a farne emergere qualità finora soffocate dalle precedenti imbarazzanti prove nei suoi a solo o nei cinepanettoni, qualcosa di buono deve avere. Il cast, ad esempio: la coppia Bisio / Finocchiaro forse ha il difetto di essere troppo divertente per risultare antipatica al punto giusto, ma sono rodati anche nel ruolo in coppia e si vede che funzionano. Detto di Siani, che mi ha davvero colpito, torna sul grande schermo anche Nando Paone, che da Lo Chiamavano Bulldozer agli spettacoli ed i film con Salemme, conferma le sue incredibili doti di caratterista moderno, un valore prezioso davvero, chissà perché non fa film più spesso. Valentina Lodovini incespica nel napoletano ogni tanto (ma una attrice del posto proprio non si poteva, eh?) ma ormai è lanciata, sarà la protagonista dei film né carne né pesce dei prossimi dieci anni se riesce a mascherare sempre così bene le borse dietro le tette. Giacomo Rizzo forse è un po’ sottoutilizzato, ma il ruolo è quello che è, e lui ci mette tutto il mestiere. La sceneggiatura si adagia sui meravigliosi scorci che offre Castellabate per inscenare una serie di buffi teatrini tra Bisio e i locali, mentre la sua malcelata boria nordica si scioglie al calore del paesino che lo accoglie e lo aiuta, spiazzandolo e commuovendolo. La scena dell’arrivo a Castellabate è la migliore, dal punto di vista della regia: la notte piovosa trasforma un incantevole paesino in un posto lugubre degno della Transilvania di Frankestein junior, citato evidentemente. Non so come il film sarà accolto al nord ed al sud. A me, da romano, essere rappresentato dallo stereotipo Cipolla, De Sica o Totti talvolta irrita un po’. Se però si guarda Benvenuti al Sud come una commedia leggera, senza stare a pensarci troppo, senza appesantirla di connotati politici e sociali, scende giù come un limoncello. Però, sappiamo fare di meglio, facciamolo. Innocenti Bugie
Innocenti Bugie segna il ritorno al cinema della coppia Cameron Diaz / Tom Cruise dopo Vanilla Sky (altro film, lasciamo perdere i paragoni). Probabilmente il pensiero maggiore che la produzione ha avuto sin dall’inizio è stato quello di non far sfigurare Tom accanto a Cameron, che gli passa una decina di centimetri. Obliterata la questione, è probabilmente cominciato un mega party con tanto di tour intorno al mondo ed il filmino della festa è diventato Knight and Day, titolo stavolta intraducibile. Innocenti Bugie comunque risulta un titolo infelice, ma c’è l’attenuante che effettivamente il film non si capisca bene di cosa parli, per cui è anche difficile trovargli un titolo. In sostanza, Tom Cruise è un agente della CIA che dice di essere stato incastrato, Cameron Diaz è la malcapitata che si trova coinvolta nella vicenda. Seguono sparatorie e affari di cuore, con un fine lieto come deve. Alla regia James Mangold, che ha una signora carriera alle spalle, ma evidentemente era l’assaggiatore del rum alla festa. Per aver accettato il film, non per la qualità della regia, che è comunque alta: la corsa con i tori è davvero un bel momento, il ritmo non cala mai e le scene in la Diaz è drogata sono tutte molto divertenti e sono un’intuizione carina per passare da uno scenario all’altro. Sarà che ormai è difficile aspettarsi qualcosa da questo genere di film, che solitamente sembra progettato a tavolino per raccimolare una data quantità di soldi con il minimo sforzo di unire due nomi di richiamo al botteghino (avete presente The Mexican?), ma Innocenti Bugie riesce a stupire per il suo voluto eccesso di leggerezza ed autoironia. Non c’è, dall’inizio alla fine, una sola scena in cui non sia necessaria la sospensione totale dell’incredulità, la trama è quanto di meno coerente si sia mai visto. Però funziona. E’ vero che si ha l’impressione che Tom e Cameron sfoderino i loro sorrisi in continuazione per ricordare al pubblico che stanno scherzando, che non vogliono assolutamente essere presi sul serio, che, dai, se volevate un film serio, Inception è in sala 2. Ah, e che madonna, come stanno invecchiando male, però ancora fanno i loro stunt da soli.
E’ questione di poco: o si scherza con loro, e allora si ride e il film va, o si rifiuta questo modo di fare cinema e allora si lascia la sala dopo dieci minuti (e precisamente quando lui uccide quindici persone in un aereo senza che lei se ne accorga). Quando una serie passa il punto di non ritorno della credibilità, in gergo si dice che “salta lo squalo”, in riferimento all’episodio di Happy Days in cui Fonzie, appunto, saltava uno squalo facendo sci d’acqua con il giubbotto di pelle. Ogni serie ha il suo “salto dello squalo”: Innocenti Bugie è tutto un salto di squali (peggio di Lost). Troppo? Forse. Però se il ritmo è alto, se gli attori sono bravi anche quando fanno scemenze (Peter Sarsgaard si è ispirato a Pepe la Puzzola per il suo ruolo…tanto per capirci) e soprattutto, se avete pagato il biglietto per vedere questo film, non vi potete lamentare poi, perché dal trailer sembrava molto, molto peggio.

mercoledì 29 settembre 2010

The Town

Le prime cinque cose che mi vengono in mente quando penso a Ben Affleck (non che la cosa accada di frequente): 1. sta con Jennifer Garner 2. aveva dei bellissimi Ray Ban rossi in Daredevil 3. ha fatto quella porcata di Daredevil 4. ha fatto anche quella porcata di Pearl Harbor 5. mio dio anche Dan Aykroyd era in Pearl Harbor A questo punto la mia mente, in modalità Alta Fedeltà, o è tornata al punto 1 e sta pensando a cinque parrucche con cui Jennifer Garner si mimetizzava in Alias oppure è passata a cinque porcate che ha fatto Dan Aykroyd (ma al solo pensiero di Crossroads si ferma per rispetto a John Belushi) Insomma, del povero Ben tralascio sia il peggio (la storia e i film con Jennifer CuLopez) sia il meglio, ovvero che vinse un Oscar per la sceneggiatura di Will Hunting e che, nonostante una mascella che non gli fa muovere la faccia, neanche come attore è così pessimo, come conferma anche in The Town, particolare film di cui firma anche la regia. Da uno abituato al blockbuster sarebbe lecito aspettarsi una regia diversa, considerato il soggetto: un gruppo di rapinatori alle prese con il colpo della vita mentre il loro capo decide di smettere per cambiare vita e si innamora dell’unica testimone che potrebbe incastrarli (Rebecca Hall, molto brava anche qui). Non solo Affleck costruisce un film solido e centrato fortemente sui personaggi, ma riesce ad equilibrare intelligentemente le scene d’azione con le altre: senza indulgere in virtuosismi o in facili clichè (non ricordo alcun ralenti per accentuare l’effetto drammatico), Affleck crea un universo realistico in cui i due personaggi principali, Doug McRay e Jem Coughlin intepretati da se stesso e da uno strepitoso Jeremy Renner, arrivano a fare i conti con la loro fraterna amicizia quando scelgono due strade diverse. The Town è un film sulla forza che tiene le persone legate al mondo da cui provengono, soffocando ogni tentativo di emancipazione o liberazione. L’impianto, però, è quello del crime thriller: dopo la rapina iniziale, si susseguono momenti ad alta tensione (la scena al bar è carica di adrenalina, nonostante i tre protagonisti siano seduti al tavolo e parlino del più e del meno) e le scene più convulse sono efficaci e spettacolari ma non fracassone e gratuite, anche nei momenti più divertenti (come alla fine del primo inseguimento). Insomma, questo è un film che risulta forte per la sua onestà e la sua semplicità: Ben Affleck fugge tutti i luoghi comuni del genere (vabbè, il finale è un po’ telefonato, ma ci sta) e costruisce su questo scarto stilistico il valore di un film che poteva essere solo l’ennesimo film su un gruppo di rapinatori scaltri. Resta da capire se la sceltà dell’essenzialità sia stata consapevole o sia l’unica che Affleck possa percorrere, visto che l’efficacia di tale scelta dipende comunque dal soggetto da mettere in scena. Indipendentemente da ciò, The Town resta uno dei migliori film americani dell’anno.

lunedì 27 settembre 2010

Inception



"You never really remember the beginning of a dream, do you?"
NOTA: questo post segue la prima visione del film. Probabilmente, la mia opinione cambierà dopo altre visioni...il consiglio è di vedere Inception prima di leggere qualunque cosa in rete, recensione seguente compresa.
La trama di Inception – quella che si troverà sul retro del DVD e sulle guide dei film – racconta di un gruppo di sosfisticati truffatori in grado di elaborare sogni per attirare ignari malcapitati ed estrapolare dalle loro menti informazioni sensibili che non rivelebbero mai coscientemente. A questo gruppo di criminali viene chiesta la procedura inversa: un’innesto, l’impianto di un’idea, che richiede una complessità di molto superiore (diversi livelli di sogno dentro il sogno) perché il sognatore non la rigetti. Al primo livello, quindi, Inception è un film di truffa, Ocean’s Eleven applicato a Eternal Sunshine of The Spotless Mind. Ai più, basterà questo e la prima visione del film sicuramente porta a soffermarsi su questo livello, quello superficiale: seguire l’intreccio, rincorrere la logica interna, che, intelligentemente, sfugge allo spettatore mano a mano che il film procede, contribuendo all’immedesimazione con la confusione di Cobb (Leo di Caprio) ed infine capire il finale. Al secondo livello, Inception è il fratello maturo di Matrix e di eXistenz, un film di fantascienza moderna che gioca con il confine tra realtà, percezione ed immaginazione. In Matrix c’è una sola intuizione narrativa, la Matrice. O ne sei dentro o ne sei fuori, il meccanismo è chiaro dopo venti minuti. In Inception non si capisce mai e gli “spiegoni” fantatecnologici sono volutamente omessi, come nei migliori film di fantascienza (principio del Flusso Canalizzatore: se il film funziona, lo spiegone non serve. Se lo spiegone serve, il film non funziona) . Al terzo livello, Inception è un film sulle persone e sui labirinti che la mente può creare in seguito a traumi violenti, e a come si possa rimanere intrappolati dai rimorsi nella propria testa fino a non distinguere la realtà dall’immaginazione. Shutter Island più Matrix…meno tutte le spiegazioni, cosa renderà il film più longevo di entrambi gli altri due. Lungi dal voler dare una spiegazione esaustiva (ci sono già centinaia di siti, post e blog che si divertono ad ipotizzare una definitiva interpretazione dei vari elementi, ma nessuno mi ha convinto del tutto per ora), quello che mi sembra palese è che Inception, al suo quarto livello, pianta un’idea nella testa dello spettatore: che l’ultimo fotogramma del film sia la chiave per dare un senso alla vicenda, il punto di partenza per trovare l’uscita dal labirinto in cui quel genio di Christopher Nolan ci ha cacciati stavolta. E’ così solo se si ci ferma a guardare Inception al primo livello. Se la trottola è il totem di Cobb, lo spettatore, che si immedesima nel suo dramma, prende la trottola come il proprio totem e quindi l’ultima scena diventa di vitale importanza per capire il film. Ma se la trottola non fosse il filo di Arianna? Solo un cambio della prospettiva svela l’inganno della scala di Penrose, altrimenti si continua a salire all’infinito sulla rampa. Per metà film ho pensato che tra Cobb e la moglie avesse ragione la moglie, ma questo non mi ha confortato più di tanto e non mi ha fornito poi elementi definitivi per spiegare tutto. Per fortuna. Nei sogni, non ti ricordi mai come iniziano le cose, semplicemente ti ritrovi nel mezzo dell’azione. Nei film, è la stessa cosa. Tra una scena e l’altra, non sappiamo cosa fanno i personaggi. Ecco il limbo dello spettatore, creato da Nolan: il cinema ed il sogno come due proiezioni inconsapevoli della mente umana, ecco perché Nolan è l’artista che impianta un’idea nel sognatore, il pubblico in sala (un mio amico l’ha presa così sul serio che si è proprio addormentato), un’idea così radicata che sembra nostra, quando invece ce l’ha messa lui. Ognuno, alla fine, si è fatto una propria idea, partendo dalla propria percezione e dal totem che si è scelto – nel film- come ancora per la realtà e per ricostruire una logica. Inception invece è il labirinto stesso, è la quintessenza del cinema moderno: ti cattura, ti intrappola, ti lascia qualcosa nella testa e negli occhi, in più racchiude tutto il cinema di oggi e lo porta da qualche altra parte, o meglio, ce lo fa percepire in modo nuovo. Ci sono varie uscite dal labirinto, ma, incapaci di sceglierne una, restiamo dentro. La apparente mancanza di razionalità di Inception è la sua forza, Nolan alimenta la nostra fantasia invece di fornirle pacchetti preconfezionati. Così, anche se tutti gli effetti speciali più spettacolari sono rovinati dal trailer, Inception non manca di stupire. I nostri occhi sono abituati ad immagini maestose e spettacolari, ma il nostro cervello può anche andare in standby per nove film su dieci, soprattutto se americani ed alto budget. Inception è il decimo film, quello che ti fa anche riflettere, quello che racchiude in una trama infinite chiavi di lettura, quello che cambia le regole del gioco. Coccinema ha mosso una critica, tra varie lodi: i personaggi sono freddi, non scatta alcuna empatia. Vero, e anche tipico di Nolan, che gioca con gli strumenti del narratore per arrivare in una parte dello spettatore che ad altri non interessa toccare: laddove la maggior parte dei cineasti cerca di conquistare il cuore degli spettatori, a Nolan interessa risvegliare la materia grigia, sfidare chi sta seduto in poltrona ad essere più bravo di lui. Sebbene l'amore tra Cobb e la moglie sia centrale per il film, il sentimento che guida Cobb è un altro, e finalmente, per una volta, non è l'amore a vincere tutto. Nolan ci racconta storie mentre ci racconta come si raccontano le storie, ma non ci racconta mai stronzate, neanche quando ci inganna, neanche quando fa Batman: questo è il suo grande pregio. Bravo Nolan, adesso voglio vedere senza Ledger e dopo Inception cosa ti inventerai per Batman 3.

venerdì 24 settembre 2010

Cattivissimo Me

C’è una sola, geniale, gag rivolta agli adulti in Cattivissimo Me. Ma basta e avanza per andarlo a vedere: il vecchio nome della Banca del Male presso cui i cattivi si rivolgono per i finanziamenti. Cattivissimo Me, per il resto, è una favola dark per bambini, un Nighmare Before Christmas senza mostri e senza canzoni, più colorato e demenziale. Universal Pictures approda al mondo dell’animazione CG mettendosi a debita distanza dai suoi avversari. Né film impressionanti come i Pixar (ma neanche Toy Story 1 e A Bug’s Life lo erano) né marchette commerciali infarcite di riferimenti pop e inside joke per adulti come i Dreamworks: Cattivissimo Me bilancia un’idea interessante con un umorismo slapstick per tutte le età e un impianto grafico molto originale a metà tra la Famiglia Addams e Walt Disney. Produzione americana, ma cuore europeo: i registi e lo studio di animazione sono francesi, e questo deve aver contribuito non poco allo sviluppo di uno stile narrativo originale. Gru (doppiato da un discreto Max Giusti, non all’altezza di Steve Carell, però) è un cattivo. Cattivo perché ruba, perché salta le file e inquina…un Cattivo senza cattiveria, un personaggio adorabile dalla prima scena, inaridito dalla solitudine, alle prese con una madre poco affettuosa e con problemi economici (la scena in cui deve comunicare ai minions il mancato finanziamento è semplicemente strepitosa). Il piano di Gru è rubare la Luna, dopo che il suo nuovo, giovane, ricco ed ipertecnologico rivale Vector ha rubato una Piramide. Per riuscire nel suo piano Gru adotta tre orfanelle con l’intento di usarle e poi liberarsene, ma l’impresa sarà molto meno facile del previsto, perché le piccole fanno presta breccia nel cuore di pietra di Gru, che comincia ad apprezzare il suo ruolo di papà e a rigettare quello di cattivo.
Interessante il fatto che il mondo di Gru sia pieno di improbabili sedicenti cattivi dediti a piani più o meno congegnati, ma non ci siano né eroi a contrastarli né sembra che la gente sia sconvolta più di tanto dalle loro imprese, per non parlare del fatto che i veri mostri si rivelino poi altri, ad esempio l’inquietante direttrice dell’orfanotrofio o il direttore della banca. Ovviamente, la trovata del film sono i minions, i minuscoli e fedeli aiutanti di Gru: rubano la scena ogni volta che compaiono con gag fisiche e stupide da comiche anni Trenta da far invidia ai Pinguini di Madascar e a Scrat de L'Era Glaciale, senza però mai risultare avulsi dalla storia o inseriti forzatamente tra una scena e l’altra. Ecco un esempio…

Non credo che Cattivissimo Me possa rapprensentare una seria minaccia per Toy Story 3 alla corsa per gli oscar, ma merita di essere visto perchè è genuinamente divertente, autoironico ed intelligente. P.S. ormai s’è capito che il 3D non serve a niente. In Cattivissimo Me è usato in maniera divertente, ma alla fine le cose sono quelle: qualcosa che esce dal piano dello schermo, qualche sequenza veloce in soggettiva. I titoli di coda, invece, dimostrano che forse anche ad Hollywood sta cominciando ad arrivare la sensazione dell’inutilità della stereoscopia, e allora meglio scherzarci su… P.P.S. Se mai rubaste una piramide, questo film spiega come nasconderla in giardino.

mercoledì 22 settembre 2010

9

Purtroppo 9 non uscirà al cinema da noi: considerando che il suo punto di forza è senza dubbio l'impianto grafico e tecnico, la visione domestica accentuerà ulteriormente i grandi limiti di sceneggiatura e non renderà giustizia ad un film che, comunque, ha provato ad essere un'alternativa a Pixar e Dreamworks (e le action figures sono splendide, altro che Happy Meal di Kung Fu Panda!!) La recensione completa di 9 è su www.filmscoop.it , qui sotto c'è il corto omonimo del 2005 da cui è tratto. Considerando che il corto mi pare molto più coerente del lungometraggio e che la produzione di quest'ultimo è di Tim Burton, adesso con chi me la devo prendere? Eh, Tim? Ti dai una svegliata o no?

giovedì 16 settembre 2010

Somewhere

Somewhere: titolo aperto a più interpretazioni, quello del film di Sofia Coppola, talentuosa rampolla d’arte che mangia pane e cinema da quando, appena nata, il papi la mise davanti alla telecamera per la scena del battesimo de Il Padrino. Ci ha stupito con le Vergini Suicide, sembrava aver trovato uno stile personale con Lost in Translation e anche Marie Antoinette (nonostante la cagna protagonista) aveva un suo perché. Invece questo Somewhere sta raccogliendo consensi che non condivido affatto. Sofia scova tra i suoi ricordi di bambina figlia d’arte alcune scene che ripropone con delicatezza (senza intento critico o satirico, sebbene poi la Marini e la Ventura a noi italiani facciano rivoltare lo stomaco per la figuraccia che esportano). Solo che per capire questo film che attraverso lunghe e ripetitive sequenze, senza l’ausilio di alcun conflitto – se non quello appena accennato nel finale – bisogna conoscere a menadito la biografia della famiglia Coppola, sapere cos’è lo Chateau Marmont, aver visto Toby Dammit di Fellini, al quale esplicitamente si fa riferimento. Considerando che per apprezzare un film è necessario (ma non sufficiente) capirlo, forse Sofia stavolta presume un po’ troppo. La critica, intanto, si è spellata le mani a Venezia, premiando il film. Per apprezzarlo poi, si pretende un’empatia con una povera e depressa superstar di Hollywood la cui vita è talmente vuota e ripetitiva che basta uno sguardo della figlia a mandarla in crisi. Sinceramente, ci vuole uno sforzo enorme per provare la benchè minima simpatia per uno che si annoia in una suite con piscina inclusa. Va bene che il talento non si tramanda, non credo nessuno si aspetti un film che oscuri Apocalypse Now, ma almeno si dovrebbe prendere esempio dal coraggio che Coppola Senior aveva e dal ruolo che ebbe nel rinnovamento del cinema americano verso una dimensione più autorale e verso temi scomodi che l’America non era abituata a guardare su uno schermo. Non lo fa quasi nessuno, ma almeno chi come Sofia Coppola ha dalla sua tanta sapienza ed esperienza potrebbe almeno tentare. O evitare questi clichè. A meno che non si voglia chiamare coraggio l’impudenza di mostrare in maniera così acritica l’annoiata vita della star, che è poi quanto fatto, meglio, in Marie Antoinette. Va anche detto che Stephen Dorff non è Bill Murray, che può stare senza parlare per un’ora ed esprimere qualunque sentimento, anche se tutto sommato non se la cava male. Elle Fanning è brava brava come la sorella Dakota, ma possiede anche un nome normale. Tutto intorno, un mare di cameo e piccoli ruoli che non lasciano (volutamente) alcuna traccia. Cara Sofia, come esercizio di stile, non c’è male, ma si può fare di meglio: la metafora della macchina che inizialmente gira a vuoto e invece alla fine va da qualche parte (somewhere?) mi è sembrata eccessivamente scolastica e molte scene sembrano pensate appositamente per la colonna sonora e non viceversa. Il compitino è scritto in un bello stile e con una bella calligrafia, l’argomento è ben padroneggiato ma manca di sostanza e coraggio. Per punizione, domani vieni a scuola accompagnata da papà.